La stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti propone il graditissimo ritorno dello strepitoso Quartetto Artemis

Foto Max Cerrito

Il recente appuntamento, al Teatro Sannazaro, con la Stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti ha segnato il ritorno del prestigiosissimo Quartetto Artemis.
L’ensemble ha aperto il concerto con l’Adagio di Samuel Barber (1910 – 1981), movimento centrale del Quartetto op. 11, composto nel 1936.
Trascritto l’anno dopo per orchestra d’archi, in questa nuova versione conobbe la “prima” nel 1938, sotto la direzione di Arturo Toscanini, durante uno dei numerosi concerti radiofonici della NBC Orchestra.
Ben presto il motivo fu strettamente collegato ad eventi luttuosi, in quanto accompagnò la notizia della morte di Roosevelt, di John Kennedy e di Lady Diana, nonché i funerali di Einstein e Grace Kelly.
Inoltre, il pubblico degli appassionati di cinema lo ricordano per il suo inserimento nella colonna sonora del film “Platoon” di Oliver Stone.
Il successivo Quartetto per archi n. 2 in do maggiore op. 36 di Benjamin Britten (1913-1976), risale invece al 1945, anno della fine della seconda guerra mondiale e bicentenario della morte di Henry Purcell.
Il suo completamento avvenne dopo una tournée in Germania del musicista britannico, intrapresa insieme al violinista Yehudi Menuhin, durante la quale avevano spesso suonato davanti ad un pubblico costituito dai sopravvissuti dei campi di concentramento, per cui la composizione finì per portare i segni dell’immane tragedia, a partire dalla Ciaccona conclusiva, originariamente concepita per rendere omaggio alla musica di Purcell.
Dopo un breve intervallo, la seconda parte è stata interamente dedicata al celeberrimo Quartetto in re minore D. 810 di Franz Schubert (1797-1828), datato 1824 e noto anche con l’appellativo “La morte e la fanciulla”, poiché l’autore austriaco utilizzò nel secondo movimento il motivo dell’omonimo lied, da lui scritto nel 1817.
Alla base vi era il testo del poeta tedesco Matthias Claudius, che prendeva spunto da una iconografia molto popolare nell’Europa centrale, a partire dal Rinascimento, diretta emanazione della Danza Macabra medievale, che consisteva nel dialogo fra una Fanciulla impaurita, e invano supplicante, e la Morte, giunta per portarla con sé.
Per quanto riguarda il Quartetto Artemis, il cui feeling con l’Associazione Alessandro Scarlatti risulta costante e duraturo, lo abbiamo ascoltato la prima volta nel 2008, quando era costituito da Natalia Prischepenko (primo violino), Gregor Sigl (secondo violino), Friedemann Weigle (viola) e Eckart Runge (violoncello), con Sigl e Weigle che avevano solo da qualche mese sostituito rispettivamente Heime Müller e Volker Jacobsen.
La formazione tornò sia all’inizio del 2012, con il medesimo organico, sia alla fine dello stesso anno, con Vineta Sareika al posto della Prischepenko.
Questa volta, invece, per un nuovo graditissimo ritorno, l’Artemis si è presentato con Vineta Sareika e Anthea Kreston (violini), Gregor Sigl (spostatosi alla viola dopo la tragica e prematura morte di Friedemann Weigle) e Eckart Runge (violoncello), ma dal prossimo maggio Suyoen Kim sostituirà la Kreston e Harriet Krijgh prenderà il posto di Runge, che rappresentava l’ultimo componente della formazione originaria di questo straordinario quartetto, nato a Lubecca nel 1989.
Non a caso abbiamo sottolineato i vari cambiamenti in quanto, per un quartetto d’archi che ha raggiunto un altissimo livello, essi contribuiscono nella maggior parte delle volte a una perdita degli equilibri e ad un abbassamento del valore complessivo.
Ed invece l’ “Artemis”, lungo un percorso trentennale e alla stregua delle grandi orchestre, è riuscito a mantenere inalterata la qualità pur variando progressivamente gli effettivi.
E tale peculiarità era ben presente anche nel recente appuntamento della stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti, caratterizzato da un’interpretazione che lascia sbalorditi, al punto che talora si aveva la sensazione di essere di fronte non ad un quartetto ma ad un’orchestra d’archi, tante erano le sfumature ed i suoni percepiti.
Impossibile, a tal proposito, anche fare distinzioni di merito, in quanto tutti e quattro i musicisti hanno dato vita ad un’esecuzione che riusciva in modo quasi miracoloso a far emergere contemporaneamente il grande virtuosismo del singolo interprete (mai fine a sé stesso), senza per questo turbare il perfetto affiatamento dell’insieme.
Il tutto al servizio di un suono sensazionale per armonia, raffinatezza ed intensità, che pochissime compagini al mondo possono permettersi, ed al quale contribuiscono anche strumenti come il violoncello dei Fratelli Amati, risalente addirittura al 1595 ed il violino suonato da Vineta Sareika, un Carlo Antonio Testore fabbricato intorno al 1710.
Pubblico numeroso ed entusiasta, che ha giustamente tributato una lunga ovazione ai protagonisti, accomiatatisi con un delicatissimo bis, consistente nella trascrizione per quartetto d’archi di un corale bachiano, degno coronamento di un meraviglioso concerto.

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