Al di sotto delle attese lo Stabat Mater del maestro De Simone recentemente allestito al Teatro di San Carlo

Foto di Luciano Romano

Foto di Luciano Romano

Il rinnovato interesse per un manoscritto autografo della biblioteca statale di Berlino ha costituito l’occasione per Roberto De Simone di concepire un nuovo lavoro corale a metà tra riscrittura dell’antico e libera composizione .
Il manoscritto in questione porta la firma di Johann Sebastian Bach e trattasi di un mottetto basato sulle note del celebre Stabat Mater di Giovanni Battista Pergolesi.
L’ideale unione dei due giganti della musica ha stimolato la fantasia dell’etnomusicologo e compositore napoletano, tanto da realizzare in collaborazione con Alessandro De Simone, un’ampia partitura, dal titolo “Stabat Mater da Giovanni Sebastiano a Giovanni Battista per Coro, Complesso di voci bianche, gruppo vocale gospel, fisarmoniche e Orchestra del Teatro di San Carlo”, ideata come una cantata sul testo di Iacopone da Todi ed altri testi sacri (tra cui un testo dello stesso De Simone )
L’organico impiegato è ricco e vario, la sola partitura corale è affrontata da tre compagini, un coro misto, un coro di fanciulli ed un quartetto gospel.
Le parti strumentali sono affidate ad un’orchestra di formazione “ibrida” avendo scelto di accostare ad una sezione di ottoni la viola da gamba, ben tre fisarmoniche ed alcune percussioni a suono determinato, oltre che un pianoforte ed il forte piano.
Il risultato che ne scaturisce è chiaramente un suono misto, sospeso tra l’evocazione di sonorità del passato e la potenza fonica dell’orchestra contemporanea.
L’opera che è andata in scena pochi giorni fa al teatro San Carlo non si è rivelata però all’altezza delle aspettative.
L’architettura di fondo non è ben strutturata e risulta spesso debole proprio nell’intuizione compositiva, le citazioni bachiane inoltre sono usate ed abusate con troppa frequenza tanto da risultare stucchevoli all’ascolto.
In buona sostanza la tecnica della “contaminazione” e del “collage linguistico” cui un Luciano Berio ci aveva abituati con una tale maestria e purezza di costruzione è qui realizzata in modo maldestro, soprattutto perché si tratta di un lavoro squisitamente musicale, che non prevede un apporto scenico o altro.
In generale l’idea che si offre del concetto di musica è qualcosa di confuso , vago e paradossalmente inutile, qualsiasi accezione si voglia dare al termine.
Resta l’intrigante accostamento di due mondi musicali così differenti, il genio di Eisenach, la cui opera tende una mano alle future generazioni, con il suo “clavicembalo ben temperato” e la malinconica quanto pura vena melodica del Pergolesi, sempre in equilibrio tra la modalità ed il sistema tonale nascente.
La cantata è stata ben diretta da Maurizio Agostini, la cui gestualità si è rivelata equilibrata e molto efficace in alcune chiuse corali.
Non sono stati da meno Marco Faelli e Stefania Rinaldi nella preparazione dei gruppi corali, anche se la parte del coro a voci miste avrebbe necessitato più tempo per una giusta esecuzione.
Molto belle le voci del quartetto gospel, in particolare quelle maschili, anche se data la struttura del lavoro difficilmente risaltavano con chiarezza.
A fine concerto il pubblico ha applaudito affettuosamente De Simone insistendo perché raggiungesse il palcoscenico per un saluto ed il maestro ha accontentato tutti ricambiando l’affetto e concedendo il bis tanto atteso dal pubblico presente in sala.
Ricordiamo, infine, che la serata era dedicata, come recitava il programma di sala, “a Aylan Kurdi, il bambino annegato assieme al fratello Galip e alla mamma Rehan, mentre sognavano di raggiungere l’Europa” e, a tal proposito, era stato anche annunciato, nei vari comunicati stampa, che il concerto sarebbe stato preceduto dalla lettura, da parte di una piccola corista, della poesia di Nâzım Hikmet La bambina di Hiroshima, ma ciò non è avvenuto.

(articolo di Ferdinando de Martino)
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