La nona edizione dei “Vespri d’organo” inizia con un concerto di altissimo livello

Mauro Castaldo - Foto Fulvio Calzolaio

Mauro Castaldo – Foto Fulvio Calzolaio

Nella Chiesa dell’Immacolata al Vomero si è tenuto il concerto di apertura della nona edizione dei “Vespri d’organo”, rassegna organizzata dall’Associazione Trabaci e gemellata con il “St. Nikolaus Orgelfestival” di Stuttgart (Germania).
Ospite dell’appuntamento inaugurale Mauro Castaldo, titolare della Cattedra di Organo e Composizione Organistica al Conservatorio di Musica “Nicola Sala” di Benevento, nonché presidente e direttore artistico dell’Associazione Trabaci.
Il maestro ha proposto una serie di brani che, per la maggior parte, abbinavano buona musica e gradevole ascolto, a cominciare dalla celeberrima Toccata e fuga in re minore BWV 565, brano giovanile di Johann Sebastian Bach (1685-1750), fra i pezzi più popolari non solo della produzione organistica ma della musica classica in assoluto.
Strettamente collegata allo stile bachiano la successiva Sonata n. 6 in re minore di Felix Mendelssohn-Bartholdy (1809–1847) con la quale si chiudeva l’op. 65,  raccolta pubblicata nel 1845, frutto di una richiesta della casa editrice inglese Coventry & Hollier.
In effetti, almeno inizialmente, i britannici desideravano che Mendelssohn scrivesse una serie di voluntary (genere tipicamente inglese), mentre l’autore tedesco preferì utilizzare come fermo punto di riferimento i corali di Bach, ai quali aggiunse una impronta personale.
E, se prendiamo nel loro insieme l’intero gruppo di sonate, mai come nella n. 6 in re minore è possibile apprezzare gli echi bachiani nei primi due movimenti e l’apporto di Mendelssohn in quello conclusivo.
Più complesso, sia per l’esecutore che per l’ascoltatore, il Preludio e Fuga sopra il tema BACH di Franz Liszt (1811-1886), risalente al 1855.
Basato sulle note “Si”, “La” “Do” e “Si bemolle” corrispondenti, nella notazione musicale tedesca alle lettere “B” “A” “C” “H”, venne composto dall’autore ungherese in occasione dell’inaugurazione del grandioso organo del duomo di Merseburg in Sassonia, la cui costruzione Liszt aveva fortemente caldeggiato.
Anche per questo siamo di fronte ad un pezzo ricco di passaggi virtuosistici, concepiti per esaltare le potenzialità dello strumento, che vanno però a scapito di una certa unitarietà del complesso.
Dopo questa ondata di sonorità corposissime, due incursioni nella produzione dell’italiano Marco Enrico Bossi (1861-1925), con l’eterea Chant du Soir, primo dei Tre Pezzi, op. 92 (1892) e la solenne Entrée pontificale op. 104, n. 1, dai Cinque pezzi, op. 104 (1895).
Il gran finale era invece rivolto ad uno dei massimi rappresentanti della scuola francese, Charles-Marie Widor (1844-1937), per più di mezzo secolo organista titolare della chiesa parigina di Saint-Sulpice, del quale abbiamo ascoltato Adagio e Toccata, i due movimenti conclusivi della Sinfonia n. 5 in fa minore datata 1887.
Riguardo all’interprete, il maestro Mauro Castaldo, confrontandosi con un repertorio che abbracciava circa due secoli, ha fornito un’altra prova di elevatissimo livello, sfruttando appieno le potenzialità dello splendido organo Mascioni op. 1072.
E, se dal punto di vista virtuosistico, sembra quasi ovvio sottolineare che l’apice è stato raggiunto dall’esecuzione del pezzo di Liszt, il brano che ha suscitato maggiori emozioni risultava, a nostro avviso, Chante du soir di Bossi, mentre piuttosto sorprendente ed originale appariva il taglio dato alla famosa  Toccata di Widor.
Un cenno conclusivo merita anche il pubblico, giunto abbastanza numeroso, nonostante le condizioni climatiche estremamente avverse.
Ciò fa ben sperare per il prosieguo di una rassegna, arrivata al nono anno, una cifra abbastanza ragguardevole nell’ambito di un settore che, a Napoli, sconta ancora la forzata inoperosità del periodo compreso fra la fine degli anni ’80 e l’inizio del nuovo secolo, frutto di assurdi divieti emanati in ambito ecclesiastico.
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