Il duo Gringolts-Laul chiude in bellezza l’integrale delle sonate di Beethoven per violino e pianoforte

L’appuntamento conclusivo con il ciclo integrale delle Sonate per violino e pianoforte di Ludwig van Beethoven, proposto all’interno della rassegna in streaming dell’Associazione Alessandro Scarlatti, ha visto il duo formato da Ilya Gringolts e Peter Laul confrontarsi con le Sonate in re maggiore op. 12 n. 1, in la minore op. 23 e in sol maggiore op. 30 n. 3.
Nei precedenti articoli, rivolti a questa interessantissima iniziativa, abbiamo già ampiamente parlato sia dell’op. 12, sia dell’op. 30, per cui al loro proposito ci limiteremo a ricordare solo alcuni elementi essenziali.
L’op. 12, costituita da tre brani, fu data alle stampe dalla casa editrice viennese Artaria alla fine del 1798, con dedica a Salieri e, al suo esordio in pubblico, avvenuto l’anno seguente, venne decisamente stroncata da parte del critico dell’Allgemeine Musikalische Zeitung, autorevole giornale di Lipsia.
Dal canto suo, anche l’op. 30 era formata da un trittico, e venne completata nel 1802, in un periodo decisamente negativo della vita privata di Beethoven, coincidente con il progressivo aumento della sordità.
Dedicatario dell’op. 30 fu lo zar Alessandro I, al quale la raccolta venne consegnata dal conte Razumovsky, ambasciatore russo a Vienna, ma il sovrano russo non diede molto peso all’omaggio al punto da sdebitarsi solo molti anni dopo, a seguito delle forti pressioni della consorte.
Volendo invece approfondire la Sonata n. 4 in la minore, va subito detto che ha inspiegabilmente ricevuto scarse attenzioni per cui, nel computo delle dieci composizioni formanti il corpus delle sonate beethoveniane, risulta la meno nota ed eseguita.
Completata nel 1800, venne data alle stampe dall’editore viennese Mollo, come op. 23, insieme alla Sonata in fa maggiore, con dedica al conte Moritz von Fries.
Ma nel 1802, la Sonata in fa maggiore fu ripubblicata da sola, affidandole il numero d’opera 24 e l’appellativo “La Primavera”, che contribuì al suo successo ancora oggi duraturo, finendo probabilmente per offuscare quella in la minore, con la quale aveva precedentemente condiviso le fortune .
C’è ancora da ricordare il riscontro molto favorevole che l’op. 23 ottenne, in particolare proprio sullo stesso giornale che, appena pochi mesi prima, aveva sistematicamente demolito l’intera op. 12, e che invece stavolta definì tali sonate “le migliori scritte da Beethoven, e ciò vuol dire che sono tra le migliori che siano state scritte”.
Per quanto riguarda il violinista Ilya Gringolts e il pianista Peter Laul, hanno chiuso in bellezza il loro percorso, fornendo un’ottima interpretazione delle tre sonate che ancora mancavano per completare l’integrale, e abbiamo avuto modo di apprezzare soprattutto un pezzo di raro ascolto come l’op. 23.
Come nel caso degli altri concerti, i tre brani sono stati introdotti da una breve presentazione del noto giornalista e critico musicale Stefano Valanzuolo che, parlando del primo ha sottolineato come Beethoven concepì, nel suo insieme, una raccolta dove violino e pianoforte risultavano della medesima importanza, anche se la critica tranciante dell’Allgemeine Musikalische Zeitung si occupò quasi esclusivamente della parte affidata al pianoforte.
Relativamente all’op. 23, ha invece fatto notare i riscontri entusiastici con i quali venne salutata, sullo stesso giornale dove non molto tempo prima era stata stroncata l’op. 12.
Come quelle negative, abbastanza opinabili risultarono anche le motivazioni positive, individuate nella “maggiore facilità esecutiva” e nella “conseguente migliore fruizione da parte del pubblico rispetto a precedenti lavori beethoveniani”.
Poiché i due articoli distavano pochi mesi l’uno dall’altro, una spiegazione plausibile potrebbe essere quella legata ad un cambio del recensore.
Infine, l’op. 30 si lega ad uno dei periodi più tragici della vita di Beethoven, quello durante il quale comprese che la sordità avanzava in moro inarrestabile e che lo spinse a scrivere una lettera drammatica, scoperta dopo la morte del compositore e nota come “testamento di Heiligenstadt”.
Ma ciò nella raccolta non traspare, confermando la netta separazione fra la realtà e la musica, che caratterizzò costantemente la produzione del musicista tedesco, sfatando quella scuola di pensiero che sosteneva un imprescindibile contatto fra le opere di un autore e gli eventi legati alla sua vita.
In conclusione un ciclo, fortemente voluto dall’Associazione Alessandro Scarlatti, che ci ha accompagnato per più della metà della rassegna in streaming e che, grazie ai suoi protagonisti, ha avuto l’effetto di compensare, almeno in parte, la mancata possibilità di ascoltare in sala due ottimi interpreti di fama internazionale, confrontatisi con una serie di splendidi brani.

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