A Villa Pignatelli un grande successo di pubblico saluta l’esordio del progetto “Due anni con Beethoven” organizzato dal Quartetto Gagliano

Ha avuto inizio, nella veranda neoclassica di Villa Pignatelli, il progetto “Due anni con Beethoven”, che prevede l’esecuzione dell’integrale dei quartetti del compositore tedesco da parte del Quartetto Gagliano, formato da Carlo Dumont (primo violino), Sergio Carnevale (secondo violino), Luciano Barbieri (viola) e Manuela Albano (violoncello).
Il ciclo, realizzato grazie alla collaborazione di EnerGas, ci accompagnerà, attraverso sei appuntamenti, fino al 2020, in coincidenza con i 250 anni dalla nascita del “Gigante di Bonn”.
Il concerto di apertura, preceduto da una dotta ed esauriente introduzione curata dal professor Massimo Lo Iacono, ha visto l’ensemble confrontarsi con il Quartetto in si bemolle maggiore op. 18, n. 1 e il Quartetto in la minore op. 132.
Nel primo caso il brano apparteneva ai Sei quartetti op. 18, che segnarono l’esordio di Beethoven in questo ambito cameristico, scritti fra il 1798 ed il 1800, su commissione del principe Lobkowitz, che fu anche il dedicatario.
Frutto di una genesi alquanto sofferta, al momento della pubblicazione, avvenuta l’anno successivo, vennero stampati, per una scelta di natura commerciale dell’editore viennese Mollo, in un ordine differente da quello del reale completamento (in quanto il n. 1 in si bemolle maggiore fu terminato dopo il n. 3 in re maggiore) e suddivisi in due raccolte da tre.
Dal punto di vista stilistico, i sei quartetti guardavano sicuramente a Mozart e Haydn, che avevano in precedenza fornito al genere assoluti capolavori, indicando però nuove possibili strade da seguire.
Dal canto suo, il Quartetto in la minore op. 132 si colloca, invece, nella fase conclusiva della produzione beethoveniana, nel pieno del cosiddetto terzo ed ultimo periodo, secondo una classificazione ancora oggi molto utilizzata, proposta da Wilhem von Lenz nell’opera in due volumi intitolata Beethoven e i suoi tre stili (1855).
Datato 1825 e frutto, insieme all’op. 127 e all’op. 130, di una commissione ricevuta da un altro nobile, il principe russo e violoncellista dilettante Nikolai Galitzin, il quartetto riflette nel suo andamento anche i seri problemi di salute avuti quell’anno dall’autore, poi superati, al punto che il lungo e struggente movimento centrale (molto adagio), reca come sottotitolo “canzona di ringraziamento offerta alla divinità da un guarito, in modo lidio”.
Inoltre, seguendo una caratteristica comune agli ultimi suoi brani, Beethoven abbandona la struttura classica, per dare vita a lavori dalla concezione piuttosto particolare, che molti studiosi considerano una sorta di vero e proprio ponte verso i secoli successivi.
Uno sguardo finale sugli interpreti, per sottolineare l’elevato livello dei singoli componenti del Quartetto Gagliano e il notevole affiatamento dell’insieme, che ha contribuito ad evidenziare le grandi differenze fra lo stile d’esordio, ancorato al Settecento, e quello della maturità, proiettato verso il futuro.
Pubblico numerosissimo, attento e partecipe, che ha applaudito a lungo i protagonisti con evidente entusiasmo, ricevendo come omaggio un bis consistente nell’Andante cantabile, tratto dal Quartetto n. 1 in re maggiore op. 11 di Ciaikovskij, splendida conclusione di un concerto di altissima fattura.

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