L’anno di Beethoven – Ascoltare il silenzio (riflessioni della pianista Sophie Pacini)

Non contiene forse questo nostro tempo odierno, a guardarlo bene, un chiaro e urgente messaggio per noi tutti?
Non gira forse la sensazione, o anche la convinzione, che Beethoven voglia aprirsi un varco in noi ancor più direttamente di quanto non avviene attraverso questa permanente ossessiva circolazione delle sue note? Non ci sarà, forse, bisogno di sordità per determinare il criterio di valore dell’ascolto?
Proprio nell’anno di Beethoven siamo esiliati nel «silenzio».
Eravamo abituati ad ascoltare a ciclo continuo, quasi incapaci di collegare tutte le impressioni uditive che ci circondano ogni giorno, a emozioni, quasi incapaci di ancorarle in noi, di trasformarle in messaggi rivolti alla propria esistenza, di stabilire un legame, in quanto ascoltatori, fra il passato e il presente così da poter
immaginarne il futuro.
Abbiamo cominciato a scaricarci «Relax-apps» per fare calma intorno.
Proprio quel nostro organo di senso, che avremmo dovuto utilizzare validamente per avere percezione del fatto già prima di averlo ordinato visualmente, è stato assordato.
Abbiamo cominciato ad aver paura del vuoto che ci ingoierà, non appena saremo risparmiati da questo chiasso continuo, quando ci sarà impossibile distrarre ogni volta i nostri pensieri dalle paure umane che ci assediano: ansie che avevamo cominciato a collegare al silenzio, sebbene fosse importante trarne partito per imparare a conviverci e servircene per andare avanti.
Siamo fuggiti dal vortice del tempo che aveva cominciato a inghiottirci, nella speranza di camminare, di riempire le nostre orecchie con smog sonoro continuo e così sfuggire al «silenzio».
Ed ecco che ora siamo stati raggiunti dalla violenza di una forza suprema, dalla presenza di un potere al quale non possiamo sfuggire.
Ciò che abbiamo accettato come ovvio, ora tace. Non abbiamo imparato a confrontarci prima con questo sentimento: è troppo per noi, siamo preda di paralisi ignota.
Non è forse ironia della sorte che ci scopriamo di colpo «sordi» proprio nell’anno in cui dappertutto e in ogni momento celebriamo il genio di Beethoven?
Non ci vogliamo rassegnare, facciamo stream da ogni casa, in ogni qualità di suono, in ogni situazione di vita, e talvolta vogliamo rendere felici a forza persone che in quel momento si leccano altre ferite.
Tuttavia comportandoci cosi (da artisti che lasciano presumibilmente tutto com’era), ci lasciamo sfuggire proprio il fatto che la consegna di Beethoven è un’altra: è che,“lui maestro”, la musica va capita come elemento di coinvolgimento che nasce dal profondo, che esige un lavoro di lima costante fino all’estrema perfezione, come esperienza che mai deve attraversare la nostra anima senza un fine e senza un senso.
Ognuno si sente direttamente parte attiva se è disposto a ritagliare entro il proprio silenzio interiore un angolo di sentimenti da portare alla luce.
Far musica non è possibile dovunque e sempre, essa custodisce e riunisce in sé valori di rara sensibilità e di vera integrità: per lei è possibile una fruizione comune del sublime.
Non nasce forse dall’opera creativa di Beethoven il messaggio che il suono presuppone un’armonia dello spirito che cresce solo in uno spazio pieno di silenzio? E che un ostacolo è tale solo se noi lo percepiamo come tale?
Che noi riusciamo a creare in modo nuovo solo se orientiamo al nuovo le nostre antenne interiori?
Che, al di là di ogni nostra immaginazione, la forza della musica scaturisce dal nulla? Che, infine, è necessario intraprendere altre strade quando sentiamo di non poter più affidarci a ciò che era dato, abituale e che una volta osato questo passo si può imparare a creare in modo più autentico, certi che la conferma va ricercata nell’equilibrio interno alla nostra forza immaginativa.
La composizione di “Seid umschlungen Millionen ( Abbracciatevi, moltitudini)” è il messaggio che Beethoven voleva consegnare all’umanità e per esso scelse di introdurre la voce umana, il taglio più spigoloso ma inconfondibile delle parole, quando uno riesca, come Schiller, a trovare quelle giuste.
Beethoven ci stringe in un abbraccio di parole adagiate nel solco musicale, parole che bussano alla porta del nostro spirito, musica che cinge in un abbraccio la nostra anima, così da render possibile, grazie a quella intesa, una fusione di forze libere. Beethoven trova il coraggio di osare il nuovo, sente che c’è bisogno di un messaggio più efficace, di una forza di persuasione più chiara e di un coinvolgimento emotivo più diretto, realizzabile in una formula innovativa di concordia fra parola e musica. Anticipare i tempi per restare atemporale.
Così al di sopra del tempo da permettere all’Europa di richiamarsi ogni volta a questa frase musicale per suscitare a nuova vita una facoltà e un’altezza di sentire che siano in grado di tenerci uniti.
Per tendere le braccia l’uno all’altro e in tempi di un nuovo inizio rimanere insieme coraggiosamente, consapevolmente e senza ambiguità.
Beethoven non è solo un messaggio per l’arte, piuttosto egli innalza l’arte a pietra di fondamento etico, a significare che il nostro vivere, ravvivare, sopravvivere, “trascorrere” la vita, è arte e che la «vita» è copia insoddisfacente dell’arte.
Vivere fino in fondo il messaggio di Beethoven equivale ad applicarlo come unità di misura in tutti i settori della vita e a fare nostra la sua missione di visionari, sognatori di un ideale di mondo libero, solidale, che sceglie come suo stendardo un’autenticità senza compromessi e che vede nel silenzio la premessa necessaria alla creazione.
Se sfogliamo il vocabolario troviamo che «corona» sta, nella terminologia musicale, per «fermata», «pausa generale» e non è uno scherzo!

Sophie Pacini

“Per Sophie Pacini l’espressione del sentimento non è mai ostentazione: è e rimane sempre, viva immagine, arte, riflessione, in ogni momento ricca di sorprese e di illuminanti scoperte.” (“Neue Zürcher Zeitung”).

27 anni, tedesco-italiana, fin dal suo debutto a 8 anni, suona nelle sale da concerto più importanti del mondo come il “KKL” di Lucerna, la “Philharmonie” di Monaco di Baviera e la “Philharmonie” di Berlino o la “Suntory Hall” di Tokio.
Diciannovenne consegue la laurea solistica con lode presso l’Istituto d’élite per giovani di alto talento al Mozarteum di Salisburgo.
E da allora è ospite acclamata nei maggiori festival internazionali, quali il “Klavierfestival Ruhr”, il “Rheingau Musikfestival”, il “Lucerne Piano Festival”, o il “Piano Festival aux Jacobins” a Toulouse ed è solista con orchestre famose come la “Gewandhausorchester” di Lipsia, la “Tonhalle-Orchester” di Zurigo, la “Tokio Philharmonic Orchestra”, la “Sinfonieorchester” di Berna o la “Sinfonieorchester” di Lucerna.
Sophie Pacini ha al suo attivo tutta una serie di premi importanti, ultimamente lo “Young Artist of the Year” dell’ “International Classical Music Awards- ICMA” e l’ “ECHO Klassik” nella categoria “Migliore artista giovane 2015 (Pianoforte)”.
Al secondo posto della Klassik-Charts tedesca si è piazzato il suo ultimo album “In Between” con opere di Clara e Robert Schumann, di Fanny Hensel e Felix Mendelssohn-Bartholdy.
Apprezzato particolarmente nei suoi concerti è il coinvolgimento del pubblico che lei ottiene attraverso brevi personali commenti e stimoli prima di ogni brano, intesi a mediare il senso dell’opera e la linea interpretativa anche in relazione ad altri generi musicali.
Un’intima amicizia personale e artistica lega Sophie alla Grande Dame del pianoforte Martha Argerich.

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