Con il Labirinto Armonico alla riscoperta di autori dimenticati della Napoli barocca

La chiesa di Sant’Orsola a Chiaia ha ospitato l’Ensemble Labirinto Armonico, formato da Pierluigi Mencattini, Egidio Mastrominico e Giovanni Rota (violini barocchi) e Maurizio Maffezzoli (organo).
Il concerto, proposto nell’ambito della XVIII edizione di Convivio Armonico di Area Arte, per il ciclo “Suoni nei luoghi sacri”, si prefiggeva di riportare alla luce una serie di validissimi autori, molti dei quali attivi a Napoli, oggi praticamente sconosciuti.
Si partiva da Giuseppe Antonio Avitrano (1670-1756), violinista dell’orchestra della corte di Napoli dal 1690, con la Sonata I “L’Aurora”, tratta dalle 12 sonate a quattro, per 3 violini e basso continuo, op. 3.
Pubblicate a Napoli nel 1713, furono dedicate a Carlo Pacecco Carafa, e ognuna era accompagnata da un nome di una persona o di una famiglia imparentata con i Carafa.
Il successivo Ballo di Mantova per organo, portava alla ribalta il romano Giovan Battista Ferrini (ca. 1601-1674), noto ai suoi tempi come “Giovan Battista della spinetta”.
Lodato sia da Athanasius Kircher nella Musurgia universalis che da Giuseppe Ottavio Pitoni nella Guida armonica, fu uno dei migliori autori di musica per tastiera nel periodo che precedette l’avvento di Pasquini.
Toccava quindi a Gregorio Strozzi (1615 – 1687), con la Mascara sonata e ballata da più cavalieri Napolitani nel Regio Palazzo, appartenente alla raccolta Capricci da sonare cembali et organi op. 4 (Napoli, 1687).
Nato a San Severino Lucano, Strozzi studiò prima con Frescobaldi e poi, a Napoli, con Giovanni Maria Sabino, acquisendo uno stile influenzato dai suoi maestri, ma che si avvaleva anche di sonorità arabe.
Partenopeo era invece Angelo Ragazzi (1680-1750) virtuoso del violino, allievo di Gian Carlo Cailò presso il Conservatorio di Santa Maria di Loreto, che visse fra le corti di Napoli e Vienna, autore della Sonata a quattro op. I n. 1 in sol maggiore (dalle 12 sonate a quattro op.1, raccolta pubblicata a Roma nel 1736).
Quasi niente si sa , invece, di Bernardo Storace (1637-1707), tranne che ricoprì il ruolo di vice maestro di cappella presso il Senato della città di Messina.
Della sua produzione è sopravvissuta solo la Selva di varie compositioni d’intavolatura per cimbalo et organo (Venezia, 1664), contenente anche la Toccata in sol che abbiamo ascoltato.
Il programma proseguiva con le Sonate n. 3 e n. 6 di Fedele Fenaroli (1730-1818), abruzzese trapiantato a Napoli, dove studiò probabilmente con Francesco Durante e Pietro Antonio Gallo e, a sua volta, ebbe allievi del calibro di Zingarelli, Cimarosa e Mercadante.
L’attività di docente finì per mettere in ombra la sua produzione, che comprendeva anche pregevole musica per strumenti a tastiera, come quella proposta al concerto.
Dopo un’ altra sonata di Giuseppe Antonio Avitrano, “L’Aragona”, sempre dall’op.3, venivano eseguiti gli ultimi due pezzi, una Pastorale in fa a organo solo di Antonio Maria Costantini (1787 – 1854) e la Sonata a tre violini e organo di Gian Carlo Cailò (1659- 1722).
Nel primo caso avevamo di fronte un francescano marchigiano, nato a Monte Santo (Potenza Picena dal 1862) che, dopo essere stato allievo di Niccolò Zingarelli a Napoli, si spostò ad Assisi, dove studiò con padre Antonio Maria Amone e fu nominato organista della Basilica di San Francesco nel 1828, ruolo che ricoprì anche nella Basilica di S. Antonio a Padova dal 1834 al 1853.
Riguardo a Gian Carlo Cailò, nacque presumibilmente a Roma, dove fu attivo come violinista, trasferendosi poi a Napoli al seguito di Alessandro Scarlatti.
Nella città partenopea si distinse sia come solista nella Reale Cappella e nella Cappella del Tesoro di San Gennaro, che in qualità di docente, al Conservatorio di Santa Maria di Loreto e al Conservatorio della Pietà de’ Turchini, avendo come allievi il già citato Ragazzi, Nicola Fiorenza ed i violoncellisti Francesco Paolo Scipriani e Francesco Alborea.
Nel complesso un programma di estremo interesse, al quale i violinisti Pierluigi Mencattini, Egidio Mastrominico e Giovanni Rota, e l’organista Maurizio Maffezzoli, hanno fornito il loro prestigioso apporto come singoli interpreti (in particolare Maffezzoli, impegnato durante l’intero concerto, come basso continuo e come solista), evidenziando inoltre un notevole affiatamento.
Pubblico molto numeroso e favorevolmente impressionato da una serie di brani di rara proposizione, concepiti da autori misconosciuti che meriterebbero ulteriori approfondimenti.
Il nostro augurio conclusivo è quindi quello di poter ascoltare quanto prima altri pezzi di compositori, caduti spesso inspiegabilmente nel dimenticatoio, che hanno fatto la storia della musica barocca napoletana.

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