Il Quartetto Gagliano ottimo protagonista del quinto appuntamento del progetto “Due anni con Beethoven” tenutosi nella chiesa di Santa Caterina da Siena

Foto Clara Campese

Iniziato nel 2019, “Due anni con Beethoven” era stato concepito dal Quartetto Gagliano come un ciclo dedicato all’integrale dei quartetti per archi del grande compositore tedesco, che doveva concludersi in concomitanza con le celebrazioni legate ai 250 anni della nascita del “gigante di Bonn”.
Il tutto si sarebbe dovuto svolgere interamente nella veranda neoclassica di Villa Pignatelli, attraverso sei tappe, ma la pandemia ha sconvolto ogni programmazione, per cui il progetto, supportato dall’impegno finanziario di EnerGas, si chiuderà solo nel 2021 e, per motivi di sicurezza, utilizzando altre location di grande prestigio.
Così, dopo il Chiostro Grande della Certosa di San Martino, sede del quarto appuntamento, tenutosi nel luglio 2020, il recente e penultimo concerto del ciclo è stato ospitato dalla Fondazione della Pietà de’ Turchini, nello splendido palcoscenico della chiesa di Santa Caterina da Siena.
Il programma della serata prevedeva l’esecuzione del Quartetto per archi in la maggiore, op. 18 n. 5 e del Quartetto per archi in si bemolle maggiore, op. 130.
Il primo appartiene alle sei composizioni che segnarono l’esordio di Beethoven in tale ambito cameristico, scritte fra il 1798 ed il 1800, su commissione del principe Lobkowitz, che fu anche il dedicatario.
Al momento della pubblicazione, avvenuta nel 1801, l’editore viennese Mollo, per una scelta puramente commerciale, pubblicò i brani in due gruppi da tre, e seguendo un ordine diverso da quello cronologico (in quanto il Quartetto n. 1 in si bemolle maggiore era stato completato dopo il n. 3 in re maggiore).
Dal punto di vista stilistico, l’intera raccolta venne logicamente influenzata da autori che avevano fornito un apporto decisivo al genere, quali Mozart e Haydn, pur se già si intravedono le future strade che Beethoven avrebbe percorso.
Riguardo al Quartetto in si bemolle maggiore, op. 130, esso venne completato nel 1825, e si colloca quindi nella produzione conclusiva del musicista.
Il pezzo, che rientra fra i brani scritti su commissione del principe russo Nikolay Borisovich Galitzin, per la suddivisione in sei movimenti e per la notevole complessità dell’insieme, è ancora oggi argomento di accese dispute fra i musicologi e non va inoltre dimenticato come, nella versione iniziale, il finale fosse stato affidato ad una Grande Fuga, dalle dimensioni monumentali (divenuta una composizione a sé stante e pubblicata nel 1827 come op. 133), che venne sostituita nel 1826, con un più breve Allegro in stile ungherese, composto da Beethoven pochi mesi prima di morire.
Veniamo, quindi al concerto, che ha visto il Quartetto Gagliano, formato da Carlo Dumont e Sergio Carnevale (violini), Luciano Barbieri (viola) e Manuela Albano (violoncello), eseguire con grande bravura e notevole affiatamento due composizioni molto diverse fra loro, in un ambiente contraddistinto da una splendida acustica, facendo percepire al pubblico (molto attento e partecipe, presente in numero purtroppo obbligatoriamente limitato), la progressiva maturazione di Beethoven ed il suo decisivo contributo al quartetto per archi.
Ricordiamo, infine, la breve e piacevole descrizione del programma, da parte del noto musicologo Massimo Lo Iacono, che ha preceduto la bella serata musicale, e diamo appuntamento al sesto e conclusivo concerto, che dovrebbe tenersi il prossimo mese in una sede ancora da definire.

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