Il cd “À Claude” della Digressione Music segna l’ottimo esordio discografico del pianista Benedetto Boccuzzi

Claude Debussy (1862-1918) è stato sicuramente uno dei grandi protagonisti del Novecento, anche se solo per pochissimo tempo è riuscito ad affacciarsi su un secolo caratterizzato da notevoli cambiamenti nell’ambito della musica classica.
Nonostante il suo stile sia sfociato spesso in una rottura degli schemi tradizionali, l’autore francese è considerato, da molti frequentatori di concerti delle nostre parti, una sorta di limite invalicabile, al di là del quale c’è la famigerata musica “moderna” (termine con il quale lo spettatore medio usa definire i brani di tutti i musicisti nati dagli albori del XX secolo ad oggi).
Questo strano privilegio si deve principalmente ad alcuni suoi pezzi pianistici, catalogati dalla critica come “impressionistici” (anche se tale aggettivo fu da lui ritenuto molto riduttivo e quindi sempre rifiutato con decisione), che continuano a stimolare la fantasia degli appassionati.
Ma, tornando al lato innovativo, è indubbio come Debussy abbia influenzato diverse generazioni di musicisti che lo hanno seguito nel tempo.
Proprio questo è il tema conduttore del cd “À Claude” della Digressione Music (casa pugliese distribuita da Milano Dischi), che segna l’esordio in campo discografico del pianista Benedetto Boccuzzi.
Il disco si apre con Cloches à travers les feuilles, Et la lune descend sur le temps qui fût e Poissons d’or, tre splendidi esempi di matrice impressionistica, che formano il secondo libro di Images, risalente al 1907.
Essi furono dedicati, nell’ordine, all’incisore e scultore Alexandre Charpentier, al musicologo Louis Laloy e al pianista Ricardo Viñes, tutti gravitanti nell’ambito culturale parigino.
Un breve (quasi) Notturno, testimonianza dell’abilità compositiva di Boccuzzi, precede alcuni pezzi tratti dai primi due volumi dei Makrokosmos di George Crumb (1929), concepiti per pianoforte amplificato e datati rispettivamente 1972 e 1973.
Indubbia l’allusione nel titolo ai Mikrokosmos di Bartók che, con Debussy, risulta fra i punti di riferimento del decano della musica statunitense, ma la sua produzione non è facilmente classificabile in quanto l’autore ha intrapreso varie strade, senza mai fossilizzarsi, alla costante ricerca di suoni e timbri particolari, attingendo a ritmi e tradizioni occidentali ed orientali.
Un percorso simile a quello intrapreso, seppur in maniera più moderata, dal francese Olivier Messiaen (1908-1992), del quale sono proposti tre dei Vingt regards sur l’Enfant-Jésus, suite contraddistinta da suggestioni che, nell’ambito della produzione sacra del Novecento, l’autore transalpino ha saputo trasferire meglio di chiunque altro.
Concepita nel 1944, la composizione venne dedicata a Yvonne Loriod (sua allieva nonché, in seguito, seconda moglie), che la eseguì in prima assoluta l’anno dopo alla Salle Gaveau di Parigi.
Il successivo Debumessquisse, brano giovanile della rumena Diana Rotaru (1981), ha il merito di evidenziare il filo che unisce Debussy a Messiaen, collegamento che si prolunga grazie al giapponese Tōru Takemitsu (1930-1996).
Quest’ultimo, nella sua produzione iniziale, prese i due musicisti come modello della musica occidentale, e non è un caso se uno dei due pezzi scelti per rappresentarlo è Rain tree sketch in memoriam Olivier Messiaen risalente al 1992.
Il viaggio intorno alla musicalità di Debussy si chiude con le sue Deux Danses pour harpe chromatique et orchestre d’instruments à cordes (Danse Sacrée e Danse Profane), nell’arrangiamento di Benedetto Boccuzzi.
Per quanto riguarda l’interprete, appare innanzitutto abbastanza inspiegabile che, un artista così eclettico e valido, sia approdato all’esordio discografico dopo aver superato i 30 anni.
Una vera rarità in tempi attuali dove, diversamente da quanto accadeva nel passato, un’incisione non è più il coronamento di una prestigiosa attività, ma solo uno dei principali mezzi a disposizione dei giovanissimi esecutori per aumentare la loro notorietà ed accelerare le tappe di una eventuale carriera di successo.
Relativamente al repertorio proposto, Boccuzzi ha concepito un programma di tutto rispetto, portando al grande pubblico autori, Debussy a parte, presenti raramente nei programmi della varie associazioni musicali (solo per fare un esempio, in tanti anni di frequentazione concertistica, di Crumb abbiamo ascoltato unicamente Vox balaenae).
Non va inoltre dimenticato che il disco, oltre ad essere un omaggio nei confronti di Debussy e della sua influenza sulla musica del XX secolo, desidera sottoporre agli appassionati i concetti legati alle ampliate potenzialità affidate, dal Novecento ai nostri giorni, ad uno strumento come il pianoforte.
Un concetto espresso molto bene da Boccuzzi nelle brevi e interessanti note illustrative che accompagnano il cd, curate dalla musicologa Fiorella Sassanelli, a completamento di un disco di ottima fattura che grazie ad un interprete di alto livello, diventa un valido aiuto per avvicinare gli appassionati ad un vasto capitolo musicale finora ignorato o rigettato.

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