Un Ottocento liederistico poco eseguito nello splendido esordio discografico del Proscenio-Ensemble con la Da Vinci Classics

Il Proscenio-Ensemble, formazione cameristica nata nel 2016 insieme al Centro di Formazione “Proscenio”, ha recentemente inciso il suo primo cd, con la Da Vinci Classics, intitolato “Ô doux Printemps d’autrefois”.
Per l’esordio la compagine, costituita nell’occasione dalle voci di Lucia Porri (soprano), Maria Lucia Bazza (mezzosoprano) e Pierluca Porri (baritono), accompagnate dal fondatore del gruppo Stefano Ongaro (clarinetto e clarinetto basso) e Paolo Lazzarini (pianoforte), si è affidata alla cameristica dell’Ottocento, puntando su due obiettivi ben precisi.
Il primo era quello di evidenziare le grandi potenzialità del clarinetto basso, abbinandolo alle voci soliste, in sostituzione del violoncello o del corno, previsti originariamente in alcuni brani, mentre il secondo consisteva nel proporre una serie di autori, per la maggior parte poco noti, il cui valido apporto alla produzione liederistica risulta praticamente sconosciuto.
Il disco si apre con due pezzi di Gaetano Donizetti (1797-1848), una riduzione per soprano, clarinetto basso e pianoforte del Tibi soli peccavi in sol minore, dal Miserere (1820) e la romanza “Dirti addio”, caratterizzata dal medesimo organico, risalente al 1842.
Tocca quindi a Franz Lachner (1803-1890), autore prolifico, ai suoi tempi apprezzato sia come compositore che come direttore d’orchestra, che risentì dell’influenza di Beethoven e del suo amico Schubert.
A quest’ultimo sicuramente si ispirò nella creazione dei suoi lieder, come si può evincere ascoltando il Lyrisches Intermezzo “Auf Flügeln des Gesanges” (1823), su testi di Heinrich Heine e Frauenliebe und Leben, op. 82 (1847), a cui appartengono “Seit ich Ihn gesehen” e “Er, der Herrlichste von allen”, entrambi su liriche di Adalbert von Chamisso.
Sono tutti pezzi nati originariamente per soprano, clarinetto e pianoforte così come il successivo “Die gefangene Nachtigall, op.11”, datato 1837, di Heinrich Proch (1809-1878), che utilizzò una poesia di Johann Ludwig Ferdinand von Deinhardstein.
A proposito di Proch, fu stimato direttore d’orchestra, violinista, maestro di canto e anche traduttore di diversi libretti d’opera italiani, svolgendo la sua carriera interamente nella natia Vienna e, come compositore, fornì un ampio contributo alla produzione liederistica, con circa 200 brani.
E’ poi la volta di Mariano Obiols (1809-1888), nato a Barcellona, dove iniziò i suoi studi prima di spostarsi in Italia nel 1831, perfezionandosi con Mercadante, che lo introdusse nella cerchia di Rossini, Donizetti e Meyerbeer, e favorì l’allestimento al Teatro alla Scala della sua opera “Odio ed Amore” (1837), che rimane ancora oggi l’unica rappresentata a Milano da parte di un autore catalano.
Il suo legame con l’Italia fu molto forte, e la romanza “I Lai”, per mezzosoprano, clarinetto e pianoforte, creata quando era già tornato a Barcellona, e dedicata a Cirilla Branca, cognata del noto librettista Felice Romani, ne è una chiara riprova.
Fratello maggiore del già citato Franz, il compositore ed organista Theodor Lachner (1788-1877) si distinse anch’egli in ambito liederistico e un ottimo esempio risultano “Bitte” e “Waldeinsamkeit”, che costituiscono gli Zwei lieder, concepiti nel 1866 per baritono, corno e pianoforte con dedica al cantante Eugen Degele.
Il successivo salto in Francia, evidenzia Jules Massenet (1842-1912), da noi quasi esclusivamente conosciuto per le opere “Manon” e “Werther”.
La sua Élégie, per baritono, clarinetto basso e pianoforte (1866), meglio nota come “Ô Doux Printemps d’Autrefois”, dall’incipit del testo che si deve a Louis Gallet, risulta un esempio di grande raffinatezza, e non a caso è stata scelta per dare il titolo all’intero cd.
Pensata all’inizio per pianoforte solo, con dedica a Elvire Rémaury e Edwige Bertrand, essa apparteneva alla raccolta di dieci pezzi Etude du style et du rythme, op. 10, che l’autore transalpino concepì a 23 anni, durante la convalescenza successiva al superamento di un’infezione colerica.
Venne poi utilizzata, con un organico ampliato, nelle musiche di scena per “Les Érinnyes”, tragedia in due atti di Leconte de Lisle (da Eschilo), allestita a Parigi nel 1894.
Ultimo pezzo in programma, la Serenata o Leggenda Valacca che il compositore e violoncellista Gaetano Braga (1829-1907), nato a Giulianova, scrisse nel 1867, avvalendosi di un testo che Marco Marcelliano Marcello asserì di aver attinto da una “traduzione dal valacco”.
Il brano va considerato come la prima romanza italiana di successo internazionale, e nei paesi anglosassoni fu ribattezzato The Angel’s Serenade (titolo sviante rispetto alla vicenda narrata, incentrata su una madre, che cerca inutilmente di convincere la figlia morente a non lasciarsi attrarre da una lusingante e demoniaca melodia, sicura foriera di morte, che solo la fanciulla sembra in grado di udire).
Citata da Čechov nel racconto “Il Monaco nero”, la Serenata colpì anche Shostakovich e, tornando al testo, solo grazie ad una ricerca di pochi anni fa, si è potuto appurare che Marcelliano Marcello trasse ispirazione da Die Ständchen (La Serenata) del poeta tedesco Johann Ludwig Uhland, utilizzando poi il riferimento ad un’ipotetica tradizione legata alla patria di Dracula per confondere probabilmente le acque.
Da quanto descritto finora si può comprendere l’enorme mole di lavoro che sta alle spalle di questo disco, e va innanzitutto sottolineato che i due scopi principali dai quali è partito l’intero progetto, ovvero l’utilizzazione del clarinetto basso al posto del violoncello o del corno e l’evidenziazione di autori oggi poco noti che hanno fornito pregevoli contributi al genere liederistico, sono stati ottimamente raggiunti.
Ciò si deve in particolare al fatto che il momento esecutivo, giunto al termine di una lunga ed approfondita ricerca, durata quasi un paio d’anni, ha dato i suoi splendidi frutti, grazie ad un gruppo di elevatissimo livello, formato da Lucia Porri (soprano), Maria Lucia Bazza (mezzosoprano), Pierluca Porri (baritono), Stefano Ongaro (clarinetto e clarinetto basso) e Paolo Lazzarini (pianoforte), interpreti molto bravi presi singolarmente e dotati di una sintonia tale da ottenere un perfetto equilibrio fra voci e strumenti.
A ciò va aggiunto, infine, il valore dei brani scelti per questo programma, in alcuni casi veri e propri gioiellini, atti a rivalutare compositori ormai caduti in un colpevole oblio che, al pari degli autori più celebrati, diedero il loro contributo ad un genere molto seguito ed apprezzato nell’Ottocento.

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