Borghi: Sei Duetti, op. 5

Nel Settecento molti artisti europei si stabilirono nel Regno Unito, attratti dalla possibilità non solo di portare avanti una prestigiosa e redditizia carriera, ma di dare vita ad una figura di professionista che, sebbene sotto l’egida finanziaria del monarca, potesse avere una discreta indipendenza.
Il fenomeno ebbe come principale punto di riferimento Londra dove, insieme a due celebrità come Händel e Haydn, si mossero molti autori validi, sovente anche virtuosi di uno o più strumenti, dei quali però si perse quasi subito la memoria.
Uno di questi era il violinista, violista e compositore Luigi Borghi (1745-1806), nato probabilmente a Bologna e morto a Londra, che fu allievo di Pugnani, nome di spicco della scuola piemontese.
Le prime notizie della sua presenza in terra britannica risalgono al 1772, quando la sua raccolta di Sei Sonate per violino e basso continuo venne data alle stampe dall’editore londinese William Napier.
Si sa, inoltre, che la sua abilità solistica conquistò subito il pubblico inglese e, soprattutto, gli ambienti altolocati della nobiltà britannica.
Non a caso nel 1785 lo troviamo fra i componenti della Royal Society of Musicians, mentre nel 1791 fu nominato direttore della London Opera Company.
Va infine ricordata l’appartenenza alla Nine Muse Lodge, loggia massonica che lo aveva accolto a braccia aperte, nel cui ambito conobbe illustri “fratelli” quali Johann Christian Bach e Friedrich Abel.
La figura dell’autore bolognese è al centro di un recente cd della Urania Records, dedicato alla “prima registrazione mondiale” dei Sei Duetti, op. 5, pubblicati nel 1786 dall’editore londinese John Preston, nella versione per violino e viola che Borghi aveva concepito dall’originale per violino e violoncello.
L’edizione è affidata a Lorenzo Gugole (violino) e Giorgio Bottiglioni (viola), che si confrontano con una raccolta nata quasi certamente per l’esecuzione salottiera di artisti dilettanti (nell’accezione del vocabolo, che oggi si è ormai persa, relativa alla voglia di fare musica e quindi “dilettarsi”), ma formata da brani di discreta difficoltà, molto piacevoli e di solida scrittura.
Entrambi gli interpreti evidenziano grande bravura e ottimo affiatamento, aprendo un piccolo ma significativo spiraglio su un autore di notevole spessore, degno rappresentante di una particolare stagione della musica londinese, la cui storia è ancora tutta da approfondire.

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