Invita alla riflessione “Rimembranza”, il nuovo cd della pianista Sophie Pacini pubblicato dalla casa discografica Avenir

Nata nel 1991 a Monaco di Baviera, da madre tedesca e padre italiano, Sophie Pacini è sicuramente una delle più interessanti pianiste della sua generazione.
Vincitrice di numerosi premi, ha all’attivo anche diversi cd che hanno ottenuto grande successo (“In Between”, inciso nel 2018 e rivolto alla musica dei coniugi Schumann e dei fratelli Mendelssohn, è stato per molto tempo fra i dischi di classica più venduti in Germania).
A completamento di questa breve presentazione, va ricordata la solida amicizia della Pacini con la leggendaria Martha Argerich, che l’ha posta sotto il suo velo protettivo.
Lo scorso settembre, la pianista ha pubblicato un nuovo album, nel quale esegue pagine di Mozart e Schubert, dal titolo “Rimembranza”, che segna anche l’inizio della collaborazione con l’etichetta “Avenir” e con il produttore Stephan Cahen.
Il disco, supportato dalla Deutschlandfunk (la radio nazionale tedesca) e realizzato nella sala di registrazione di musica da camera degli studi di Colonia, comprende alcuni brani dove, secondo la Pacini, i due autori hanno riversato una serie di sentimenti e di ricordi nostalgici, che solo gli esecutori più sensibili riescono a recepire appieno.
Così, le mozartiane Dodici variazioni in do maggiore su “Ah vous dirais-je, Maman” K. 265, con le quali si apre il cd, basate su un semplice motivo popolare francese del Settecento, celano in realtà una serie di ricordi legati al soggiorno parigino del genio di Salisburgo, avvenuto nel 1778 e funestato dalla morte della madre, che lo aveva accompagnato in questo viaggio, infruttuoso dal punto di vista lavorativo e tragico per la perdita di un affetto familiare.
La successiva Sonata in la minore KV 310 (fra l’altro una delle uniche due concepite in tonalità minore), risulta il naturale collegamento in quanto venne composta proprio in quel travagliato periodo ed ha tutte le peculiarità per farlo rivivere.
Da un la minore all’altro, quello della Sonata D. 784 di Schubert, composta nel febbraio del 1823 e pubblicata postuma da Diabelli nel 1839, assegnandogli il numero d’opera 143.
Il parallelismo con Mozart non è naturalmente limitato alla medesima tonalità, ma prende in considerazione un particolare periodo della vita dell’autore viennese, caduto in una forte depressione, diretta conseguenza della malattia che qualche anno dopo lo avrebbe portato alla morte.
A quest’ultima lo stesso Schubert si rivolgeva in una sua lirica coeva, Mein Gebot (La mia preghiera), caratterizzata da versi quali  “Guarda, in frantumi nella polvere / in preda ad un terribile dolore / giace la mia torturata esistenza / prossima all’eterna distruzione […]”, che potrebbero fungere da sottofondo all’agghiacciante movimento iniziale.
La panoramica schubertiana prosegue con due dei quattro Impromptus, op. 90, il n. 2 in mi bemolle maggiore ed il n. 3 in sol bemolle maggiore.
In entrambi i casi, siamo di fronte a pezzi che potremmo definire “lieder senza parole”, la cui complessità si configura come una dura sfida per l’esecutore, ma nel contempo finisce per essere avara di soddisfazioni, poiché raramente ripagata dalla comprensione e dal gradimento di chi ascolta.
Ultimo brano di Schubert considerato, il romantico ed evocativo Ständchen (Serenata), nella trascrizione lisztiana per pianoforte solo dell’omonimo lied su testo di Ludwig Rellstab, tratto da Schwanengesang D 957, ciclo di quattordici brani completato dall’autore austriaco nell’anno della sua morte.
Il cd termina con “Love theme” (da “Nuovo Cinema Paradiso”, che nel 1988 segnò la prima collaborazione di Andrea Morricone con il padre Ennio), che si configura come un omaggio alla seconda patria della Pacini.
Uno sguardo ora sull’interprete, per sottolineare innanzitutto la scelta di un programma abbastanza particolare in quanto, escludendo i brani di apertura e i due conclusivi, è costituito da composizioni molto valide, che però godono in assoluto di scarsa popolarità.
Possiamo quindi aggiungere una personale ammirazione nei confronti della Pacini, che si è resa protagonista di un’operazione molto coraggiosa.
Infatti, rifuggendo dalla ricerca di facili consensi, ha utilizzato il suo grande virtuosismo come intermediario fra musicisti ed ascoltatore, per trasmettere tutte le emozioni, i sentimenti e le atmosfere, in buona parte sottese, che contraddistinguono i brani proposti.
La considerazione finale è che il disco, sicuramente concepito da tempo, sembra però fatto apposta per il periodo attuale, inducendoci, in attesa di giorni migliori, a meditare seriamente sul passato.

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