Al Teatro Delle Palme lo Shostakovich strepitoso del Quartetto Prometeo

Foto Giancarlo de Luca

Prosegue, fra le comprensibili difficoltà del momento, la Stagione in abbonamento della Associazione Alessandro Scarlatti.
Ospite del recente appuntamento, il Quartetto Prometeo, nato nel 1998 e attualmente formato da due dei suoi fondatori (il violinista Aldo Campagnari e il violoncellista Francesco Dillon), dal violinista Giulio Rovighi (componente dell’ensemble dal 2008) e da Danusha Waskiewicz, violista di grandissima esperienza, entrata a far parte dell’organico nel 2018.
Il concerto è iniziato con il Quartetto in la maggiore op. 41 n. 1, appartenente ad un trittico dedicato a Mendelssohn, scritto nel 1842 da Robert Schumann (1810 – 1856).
Prima di dare vita all’op. 41, Schumann si fece inviare dall’editore Breitkopf & Härtel l’intera produzione di Haydn, Mozart e Beethoven relativa a tale genere, approfondendo contemporaneamente le tecniche legate alla produzione bachiana, il tutto concentrato in tempi brevissimi, allo scopo di assimilare quanto più velocemente possibile le esperienze dei suoi predecessori.
Nel complesso, l’apporto dell’autore tedesco al quartetto, che iniziò e si concluse con l’op. 41, risultò molto personale ed altalenante, in quanto l’enorme accumulo di nozioni finì spesso per disorientarlo.
Il secondo brano in programma consisteva nella prima esecuzione assoluta di Vento di Kadim, evocativo del caldo vento che attraversa il deserto, dedicato proprio al Quartetto Prometeo nel 2016 dall’autore contemporaneo Gianvincenzo Cresta, presente in mezzo al pubblico.
Dopo un breve intervallo, la seconda parte era interamente rivolta al Quartetto per archi n. 3 in fa maggiore, op. 73 di Dmitrij Shostakovich (1906-1975).
Composto nell’immediato dopoguerra, esordì a Mosca, il 16 dicembre 1946, nell’esecuzione del Quartetto Beethoven che ne era il dedicatario, in occasione del 176° anniversario della nascita dell’autore tedesco.
Per non avere problemi con il regime, dal quale era già stato messo all’indice nel 1936, per ordine diretto di Stalin (e riabilitato l’anno dopo, grazie ad un’efficace “autocritica”), ed evitare di essere nuovamente colpito dall’infamante accusa di “Formalismo”, il musicista russo ricorse ad un escamotage.
Simulando un percorso legato al tragico periodo appena concluso, diede ad ognuno dei cinque movimenti che costituivano il quartetto, nell’ordine, i seguenti titoli: “Calma inconsapevolezza del futuro cataclisma”, “Avvisaglie di disordini e attese”, “Le forze della guerra sono scatenate”, “Omaggio ai morti”, “L’eterna domanda: Perché? Per cosa?”.
Da sottolineare che, quando il Terzo Quartetto venne dato alle stampe, né la prima, né le edizioni successive riportarono questi titoli di accompagnamento e, cosa decisamente più grave, appena un paio di anni dopo Shostakovich cadde di nuovo in disgrazia, salvandosi con una seconda “autocritica”, ma recuperando piena visibilità soltanto all’indomani della morte di Stalin, avvenuta nel 1953.
Uno sguardo, ora, al Quartetto Prometeo, che già avevamo ascoltato in altre occasioni e che si è confermato un ensemble di caratura internazionale.
Dopo un ottimo Schumann, eseguito con grande compattezza, la compagine ha messo in campo tutto il suo bagaglio tecnico nel complesso (e un tantino lungo, soprattutto in tempo di mascherine obbligatorie) pezzo di Cresta.
Ma l’apoteosi è giunta con l’interpretazione del Quartetto di Shostakovich, semplicemente eccezionale, ricca di sfumature e curata nei minimi particolari, che ha fatto emergere in pieno il caratteristico stile dell’autore russo, trasmettendo grandi emozioni agli obbligatoriamente pochi spettatori.
Un bis non poteva mancare e il Quartetto Prometeo, lasciando alle spalle le fortissime tensioni del brano di Shostakovich, ha optato per “Sandunga”, canto popolare messicano, trascritto appositamente per questa formidabile compagine da Stefano Scodanibbio, chiusura estremamente suggestiva di un concerto di rara bellezza ed intensità.

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