Il Festival del Barocco Napoletano riprende nel segno di Haendel

Foto Max Cerrito

Dopo la lunga interruzione forzata, nella Sala del Toro Farnese del Museo Archeologico Nazionale, in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio, è ripresa la IV edizione del Festival del Barocco Napoletano, rassegna organizzata dal presidente dell’Associazione Festival Barocco Napoletano, dott. Massimiliano Cerrito e affidata alla direzione artistica del maestro Giovanni Borrelli.
Il concerto, intitolato “V’adoro pupille. L’aria a voce sola e la sonata a violino e basso nell’età barocca a Napoli e in Europa”, ha avuto come protagonisti il soprano Erin Wakeman e l’Ensemble barocco Accademia Reale, diretto da Giovanni Borrelli.
Due, come recitava il titolo, le tematiche principali, una solo strumentale e l’altra collegata al repertorio operistico.
Alla prima appartenevano la Sonata a violino e basso n 10 op. 2 in mi maggiore di Michele Mascitti (1664-1760) e la Sonata per violino e cembalo BWV 1021 di Johann Sebastian Bach (1685-1750).
Per quanto riguarda Mascitti, nato a Villa San Michele (Chieti), si spostò a Napoli per studiare con suo zio Pietro Marchitelli, primo violino della Reale Cappella.
Nominato in seguito “violino soprannumerario” della Reale Cappella, Mascitti lasciò tale incarico verso il 1704 e, dopo aver girato varie corti italiane ed europee, si fermò a Parigi, dove ben presto raggiunse una fama consolidata come interprete ed autore, entrando nelle grazie della famiglia reale e acquisendo, poi, anche la cittadinanza francese nel 1739.
Fra i privilegi ottenuti, uno dei più importanti fu quello di stampare tutte le sue composizioni, permesso che gli fu periodicamente rinnovato fino alla morte.
Per tale ragione i manoscritti e gli spartiti di Mascitti sono conservati in Francia, dove è sicuramente molto più noto che in Italia.
Johann Sebastian Bach non ha bisogno di presentazioni, per cui vogliamo soltanto ricordare che la maggior parte della sua musica strumentale, comprendente le Sonate e Partite per violino solo, le Suite per violoncello solo e i Concerti Brandeburghesi, risale agli anni compresi fra il 1717 ed il 1723, quando era a Köthen in qualità di Kappelmeister del principe Leopold.
Poiché quest’ultimo seguiva la dottrina calvinista, che vietava rigorosamente di eseguire qualsiasi tipo di musica durante le funzioni religiose, Bach fu costretto a concentrare gran parte delle sue energie su brani strumentali e dovette fare a meno di concepire pezzi di argomento sacro.
Passando alla parte operistica del programma, era principalmente incentrata sulla produzione haendeliana, con una panoramica legata ai fasti britannici, a partire dal “Rinaldo”, opera grazie alla quale il grande compositore si fece conoscere dal pubblico londinese nel 1711, che contiene la celeberrima aria di Almirena “Lascia ch’io pianga”.
Al 1724 risaliva invece l’aria “V’adoro pupille”, da “Giulio Cesare in Egitto”, che aveva come protagonisti il castrato “Senesino” (al secolo Francesco Bernardi) ed il soprano Francesca Cuzzoni nei ruoli di Cesare e Cleopatra.
Ai due si aggiunse nel 1726, per l’allestimento di “Alessandro”, il soprano Faustina Bordoni, che qualche anno dopo avrebbe sposato il compositore Johann Adolph Hasse.
Un trio stratosferico per l’epoca che, a prescindere dal grande successo ottenuto, portò con sé problemi sia di natura economica, dato l’esorbitante costo d’ingaggio degli artisti, sia legati alla rivalità tra le tre “prime donne” (per non parlare dei litigi che scoppiavano fra i rispettivi fan ad ogni rappresentazione).
Per tali motivi Haendel dovette ben presto fare a meno di questo cast prestigioso e cercò altri cantanti, come il soprano Anna Maria Strada, principale interprete femminile dell’ “Alcina” (dalla quale abbiamo ascoltato l’aria di Morgana “Tornami a vagheggiar”), allestita nel 1735 al Covent Garden.
Il progressivo declino dell’opera italiana a Londra, fu per il musicista tedesco un colpo piuttosto duro, che lo consigliò di focalizzare la sua attenzione su un altro genere, quello dell’oratorio, più vicino al pubblico inglese del tempo.
Dopo il trionfo dublinese del Messiah (accolto abbastanza tiepidamente a Londra, ma molto gradito al re Giorgio II), Haendel diede vita ad una serie di lavori che ebbero discreto successo, come ad esempio “Samson” (1741) al quale apparteneva “Let the bright Seraphim, posto a chiusura del concerto.
Il programma si completava con “Stizzoso, mio stizzoso”, aria di Serpina da “La serva padrona” di Giovanni Battista Pergolesi (1710-1736), che esordì nel 1733 al Teatro San Bartolomeo di Napoli, come intermezzo dell’opera “Il prigionier superbo”, e “Sweeter than roses”, dalle musiche di scena create da Henry Purcell (1659-1695) per il dramma di Richard Norton “Pausanias, The Betrayer of His Country”.
Uno sguardo ora agli interpreti, iniziando dal soprano di origine statunitense Erin Wakeman, che ha incantato il pubblico con una voce di grande nitidezza, accompagnata da una notevole presenza scenica e da una dizione italiana decisamente buona.
Dal canto suo l’Ensemble barocco “Accademia Reale”, che per l’occasione era formato da un quartetto comprendente Giovanni Borrelli (violino barocco di concerto), Carmine Matino (viola barocca), Silvia Fasciano (violoncello barocco) e Tina Soldi (clavicembalo), ha ben supportato la cantante ed ha avuto anche la possibilità, nei brani strumentali, di mettere in evidenza il valore dei singoli musicisti.
Spettatori numerosi (sempre nei limiti consentiti dalle attuali direttive), che hanno apprezzato molto i protagonisti, tributando inoltre una lunga ovazione alla Wakeman, che ha voluto accomiatarsi con un bis riproponendo la struggente “Lascia ch’io pianga”, al termine di un concerto che fa sperare in una progressiva ripresa delle attività artistiche.

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