A “Classico Contemporaneo” Francesca Curti Giardina omaggia Renato Carosone a cento anni dalla nascita

Nel chiostro di San Domenico Maggiore, la rassegna “Classico Contemporaneo”, organizzata dal TRAM (Teatro Ricerca Arte Musica e Teatro) nell’ambito di “Estate a Napoli” e affidata alla direzione artistica di Gianmarco Cesario e Mirko Di Martino, ha ospitato lo spettacolo “ ‘Nu torero americano – Carosone Story”.
Protagonista la cantante Francesca Curti Giardina che, accompagnata da Rosario Scotti Di Carlo (percussioni), Andrea Bonetti (fisarmonica) e Dario Di Pietro (chitarra), ha interpretato una serie di canzoni portate al successo dal grande artista partenopeo, oltre a rievocare vicende e aneddoti legati alla sua vita.
E, in effetti, Renato Carusone (queste le sue reali generalità), nato a Napoli nel 1920, ha avuto un’esistenza particolarmente ricca di avvenimenti, a partire da una giovinezza molto avventurosa, iniziata a 17 anni quando si recò in Africa, lavorando inizialmente a Massaua, poi ad Asmara (dove conobbe la veneziana Italia Levidi, soprannominata Lita, che sposò nel 1938) ed infine ad Addis Abeba.
Si trovò quindi a combattere sul fronte africano e nel 1941, quando Addis Abeba fu conquistata dagli Alleati, riprese la sua attività artistica, lavorando in diversi locali, frequentati soprattutto dagli americani, assorbendo in tal modo i nuovi ritmi che di lì a poco sarebbero giunti in Europa insieme alle truppe di liberazione.
Tornato a Napoli, nel 1949 diede vita ad un trio con il batterista Gegé Di Giacomo ed il chitarrista olandese Peter Van Wood, che fu chiamato ad inaugurare lo “Shaker”, locale situato sul lungomare partenopeo.
Il successo fu immediato, anche perché il repertorio proposto consisteva in una sapiente miscela costituita dall’adattamento di canzoni classiche napoletane ai ritmi statunitensi, sudamericani e africani, dall’esecuzione di motivi nati al di là dell’oceano e da alcune nuove creazioni dello stesso Carosone, il tutto condito dalla bravura e dalla presenza scenica dei tre artisti, vero e proprio valore aggiunto di ogni spettacolo.
Ben presto la fama del trio uscì dall’ambito regionale e nazionale per raggiungere, mediante concerti e tournée, il mondo intero e, nel frattempo, il trio divenne un quartetto e poi, a partire dal 1956, un sestetto, nel quale a Carosone e Di Giacomo, si aggiunsero la voce di Piero Giorgetti, la chitarra di Raf Montrasio ed i fiati di Gianni Tozzi e Toni Grottola (Van Wood si era messo in proprio fin dal 1954).
Ma nel 1959, all’apice del successo, Carosone decise di ritirarsi, scatenando una ridda di ipotesi su tale decisione.
In realtà, sia subito, che quando ritornò sulle scene una quindicina di anni dopo, rinverdendo la sua popolarità, fu lui stesso a sciogliere questo arcano dicendo, molto semplicemente, che verso la fine degli anni ’50, da una parte aveva sentito il bisogno di allontanarsi dai riflettori per affrontare una vita maggiormente tranquilla e, dall’altra, si era reso conto che i gusti del pubblico stavano mutando per cui la sua musica sarebbe andata incontro ad un progressivo e inarrestabile oblio.
Lontano dalla ribalta, Carosone si diede alla pittura, frequentando l’Accademia di Brera insieme al suo unico figlio, e si dedicò all’approfondimento dei brani pianistici dei grandi compositori.
Anche per questo non ebbe problemi quando, grazie alle insistenze di Sergio Bernardini, proprietario della leggendaria “Bussola” e suo vecchio amico, nel 1975 calcò nuovamente le scene con lo spettacolo “Bentornato Carosone”, trasmesso sul primo canale della rete nazionale e registrato anche dalla CBS, che raccolse i successi più noti in un 33 giri “live” di notevole successo.
Consapevole di poter ancora dire la sua, Carosone riprese l’attività artistica, riconquistando una discreta popolarità sia fra chi già lo conosceva, sia fra le nuove generazioni e, fino alla morte, sopraggiunta nel 2001, la sua carriera fu ancora costellata da numerosi successi.


Dopo avere, per sommi capi, descritto la biografia di Carosone, allo scopo di fornire un’idea del personaggio e contribuire a ricordare una grandissima personalità musicale del Novecento, riprendiamo il discorso sul concerto di Francesca Curti Giardina.
In casi come questi c’è solo l’imbarazzo della scelta, e la cantante ha voluto dedicare circa metà del programma al sodalizio fra Carosone e il concittadino Nicola Salerno (in arte Nisa).
Iniziata nel 1956, la collaborazione si concretizzò con brani celeberrimi quali “Tu vuo’ fa’ l’americano”, “Torero”, “ ‘O Sarracino”, “Caravan petrol”, “Pigliate ‘na pastiglia” che, alla piacevolezza del motivo, univano spesso una sottile ironia legata all’attualità, mentre sempre di Nisa, ma su musica di Giuseppe Fanciulli, era “Guaglione”, interpretata per prima da Aurelio Ferro, che conobbe numerose versioni internazionali (una per tutte quella francese, intitolata “Bambino”, cantata da Dalida).
Dall’incontro di Carosone con Enzo Bonagura scaturì nel 1954, “Maruzzella”, che ebbe come fonte di ispirazione la moglie Lita e, grazie ad un “musicarello” (pellicola così definita in quanto basava titolo e trama sul testo di un motivo in voga), interpretato da Claudio Villa, Marisa Allasio, Massimo Serato e dallo stesso Carosone, la canzone ebbe una notevole risonanza.
Sempre rimanendo in ambito cinematografico, abbiamo ascoltato due brani tratti da “Totò, Peppino e la… malafemmina”, Chella llà (testo di Umberto Bertini e musica di Vincenzo Di Paola e Sandro Taccani) e, appunto “Malafemmena”, scritta dal grande Totò, entrambe interpretate nel film da Teddy Reno.
Ma Carosone fu anche apprezzato cantautore, come testimoniato da “ ‘O russo e ‘a ross”, quasi uno scioglilingua, datato 1956 e si confrontò inoltre, come abbiamo accennato in precedenza, con la canzone napoletana classica, rappresentata da “ ‘A casciaforte”, brano del 1928 che si deve ad Alfonso Mangione e Nicola Valente.
Il programma si completava con “Io mammeta e tu”, “Giuvanne cu ‘a chitarra” e “ ‘Na canzuncella doce doce”.
Nel primo caso si trattava di una canzone di Riccardo Pazzaglia e Domenico Modugno, che la incise nel 1955, mentre le altre due erano state concepite per Carosone, rispettivamente da Stefano Canzio e Nino Oliviero nel 1955 e da Claudio Mattone nel 1989, in occasione della partecipazione del cantante al Festival di Sanremo.
Per quanto riguarda gli interpreti, Francesca Curti Giardina ha evidenziato la consueta splendida voce, un’ottima presenza scenica, grande versatilità e notevolissimo affiatamento con il trio che la accompagnava.
Quest’ultimo era formato da artisti di elevato spessore, quali il percussionista Rosario Scotti Di Carlo, il fisarmonicista Andrea Bonetti e il chitarrista Dario Di Pietro, autori anche delle versioni particolari dei brani, sempre fedeli all’originale, adattate ad un organico che si avvicinava a quello del primo trio di Carosone (con la fisarmonica al posto del pianoforte).
Pubblico ideale in quanto attento e partecipe, che ha lungamente applaudito i protagonisti ed ha ottenuto come bis “Tu vuo’ fa’ l’americano”, forse la chiusura migliore per ricordare Carosone.
In conclusione un concerto che, nato in occasione del centenario della nascita di un grandissimo artista, speriamo possa essere riproposto a breve, anche perché, a differenza di quanto ebbe a temere il musicista nel momento del suo temporaneo ritiro, questo repertorio non solo ha evitato l’oblio, ma a più di sessanta anni di distanza possiede una vivacità ed un brio che il tempo non ha minimamente scalfito.

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