L’appassionante viaggio del maestro Davide Fabbri dal liuto alla chitarra classica

Il maestro Davide Fabbri ha recentemente pubblicato, con la casa discografica dotGuitar, il cd dal titolo “Il mio viaggio”, dove viene proposta una breve ma significativa panoramica dedicata ad autori noti e meno conosciuti che hanno offerto il loro apporto alla letteratura degli strumenti a corde pizzicate.
L’apertura è dedicata al liuto con Francesco da Milano (1497-1543) e John Dowland (1563-1626).
Il primo, il cui vero nome era Francesco Canova, nacque a Monza, ma trascorse buona parte della sua esistenza alla corte papale.
Considerato uno dei massimi interpreti dell’epoca, influenzò diverse generazioni di liutisti e pubblicò alcune raccolte, dalle quali sono stati attinti il Recercar 84 ed il Recercar 4.
Riguardo a Dowland, si sa molto poco dei suoi anni giovanili, a parte la nascita avvenuta molto presumibilmente a Londra.
Apprezzatissimo come compositore ed interprete, si spostò molto, cominciando da Parigi, dove visse per tre anni al seguito dell’ambasciatore inglese sir Henry Cobham.
Si recò poi in Germania, Italia e, dal 1598 al 1606, fu attivo alla corte di Cristiano IV, risultando uno degli artisti più pagati in assoluto in terra danese.
Per motivi legati alla sua condotta dovette lasciare la Danimarca e tornò a Londra, prima ingaggiato da Lord Howard de Walden e poi da re Giacomo I.
Nell’ambito della sua produzione scrisse una novantina di pezzi per liuto solo, fra i quali  Preludium e Fortune.
Tocca quindi al bolognese Alessandro Piccinini (1566-1638), compositore e tiorbista, che iniziò la sua carriera alla corte di Alfonso II d’Este e, in seguito, fu al servizio del cardinale Pietro Aldobrandini, legato pontificio a Bologna e Ferrara.
Due sono le sue raccolte giunte fino a noi, Intavolatura di Liuto et di Chitarrone, libro primo (Bologna, 1623), dove il musicista si attribuiva l’invenzione di un nuovo strumento, il cosiddetto arciliuto, descrivendone dettagliatamente le caratteristiche esecutive, e Intavolatura di Liuto, libro secondo (Bologna, 1639), pubblicato postumo dal figlio Leonardo Maria.
Alla sua produzione appartengono la Toccata IV, la Corrente II e la Ciaccona in partite variate.
Fra questi brani si inserisce la Toccata arpeggiata di Johann Hieronymus Kapsberger (ca. 1580-1651), figlio di un colonnello tedesco di stanza a Venezia.
Nonostante fosse nativo della città lagunare, Kapsberger venne soprannominato “Il tedesco della tiorba”, e con questo appellativo era conosciuto negli ambienti artistici di Roma, dove si spostò dopo la formazione giovanile.
Lì portò avanti una carriera molto prestigiosa nelle vesti di compositore, virtuoso della tiorba e del liuto, e organizzatore di “accademie” nella sua lussuosa residenza.
Il cd prosegue con la chitarra barocca e un primo sguardo sulla Spagna, che prende in considerazione Gaspar Sanz (1640-1710) e Santiago de Murcia (1673-1739).
Sanz, chitarrista, organista e compositore, studiò teologia, filosofia e musica alla prestigiosa Università di Salamanca.
Venne poi in Italia a perfezionarsi, probabilmente nel periodo 1699-1703, soggiornando anche a Napoli per un lungo periodo.
Ritornato in Spagna, divenne docente di chitarra di Don Giovanni d’Austria, figlio illegittimo di Filippo IV, al quale dedicò tre volumi intitolati rispettivamente Instrucción de música sobre la guitarra española, Libro segundo, de cifras sobre la guitarra española e Libro tercero de música de cifras sobre la guitarra española, stampati a Saragozza tra il 1674 ed il 1675, veri e propri capisaldi della letteratura chitarristica di ogni tempo, che comprendono in totale una novantina di brani, compresi Españoletas e Folías contenuti nel disco.
Di Santiago de Murcia (1673-1739), presente con Folías Gallegas, si sa invece veramente poco, tranne che nacque a Madrid e fu maestro di chitarra della regina Maria Luisa di Savoia, moglie di Filippo V (come asserisce l’autore sulla copertina del suo Resumen de acompañar la parte con la guitarra, stampato nel 1714).
Particolare curioso, due raccolte da lui curate, Passacalles y obras de guitarra por todos los tonos naturales y accidentales ed il Codex Saldívar n. 4, datate fra il 1730 ed il 1732, sono state ritrovate in Messico, ma non si conosce ancora attraverso quali vie siano giunte nel Nuovo Mondo, poiché sembra appurato che l’autore non si spostò mai dall’Europa.
La parte finale dell’incisione è dedicata all’Ottocento, secolo che conobbe una notevole diffusione della chitarra (“romantica” agli albori, “classica” nella seconda metà), grazie all’affermarsi di autori che furono contemporaneamente virtuosi dello strumento e ottimi compositori.
In questo contesto Fabbri ricorda innanzitutto Luigi Legnani (1790-1877) con il Capriccio n. 15 in si minore.
Nato a Ferrara, ma trapiantato a Ravenna, Legnani fu uno dei più grandi chitarristi del suo tempo e venne apprezzato ed osannato dai pubblici di mezza Europa, stringendo anche rapporti con colleghi altrettanto famosi quali Liszt e Paganini.
Ancora incerta, invece, l’attività di liutaio che molti gli attribuiscono, non essendo stato finora rinvenuto alcuno strumento con la sua firma.
Rimanendo in ambito romantico, notevole risulta anche la versione chitarristica del lied schubertiano Lob der Tränen (Elogio delle lacrime) ad opera di Johann Kaspar Mertz (1806-1856), nato a Pressburg, l’attuale Bratislava, in una famiglia poverissima.
Per tale motivo, ad appena dodici anni, dava già lezioni di flauto e chitarra per contribuire al magro bilancio familiare.
Perfezionare la sua tecnica chitarristica fu l’unico svago della gioventù e, conscio dei propri mezzi, a 34 anni decise di andare a Vienna a cercare fortuna.
Ebbe subito un successo strepitoso, al punto da essere nominato chitarrista di corte, e intraprese numerosi tour, giungendo fino in Russia.
Durante uno dei suoi concerti incontrò la giovane pianista Josephine Plantin, che nel 1842 sarebbe diventata sua moglie, con la quale costituì un sodalizio di notevole valore artistico.
La produzione di Mertz comprende soprattutto composizioni per chitarra, originali o parafrasi di brani d’opera e sinfonici, tutti di grandissimo valore, ma la sua fama è legata principalmente al Bardenklänge, op. 13, raccolta di trenta brani chitarristici, pubblicata fra il 1849 ed il 1853.
Penultimo musicista in programma, l’iberico Francisco Tárrega (1852-1909), che fornì un grande impulso alla chitarra classica, suonando strumenti di nuova concezione, simili a quelli utilizzati tuttora, costruiti dal liutaio Antonio de Torres Jurado.
All’autore spagnolo va anche l’indubbio merito di aver portato la chitarra nelle grandi sale da concerto (pur se lui preferiva esibirsi in ambienti piuttosto raccolti), rilanciando il recital solistico, grazie ad una produzione comprendente sia pezzi originali quali Lágrima e Adelita proposti nel cd, sia trascrizioni e arrangiamenti di brani strumentali ed operistici in auge all’epoca.
Il disco termina con il Capriccio n. 6 “Colpo di remo” del faentino Luigi Mozzani (1869-1943), figura piuttosto sconosciuta, la cui biografia meriterebbe un articolo a parte.
Basti pensare soltanto alle numerose tournée, intraprese in vari periodi, come chitarrista ed oboista in diverse parti del mondo, una breve presenza a Napoli nell’orchestra del Teatro di San Carlo in qualità di primo oboista, un soggiorno negli USA (1894-1896), dove pubblicò i suoi Studies for the guitar presso l’editore Mills, una discreta produzione per la chitarra, ed infine una seconda parte della vita rivolta in prevalenza alle attività di stimato docente e apprezzato liutaio.
Da quanto finora descritto per sommi capi, ci si rende conto del valore e dell’importanza di tutti i compositori che Davide Fabbri ha scelto come suoi compagni di viaggio.
Va inoltre sottolineato l’enorme lavoro che il maestro ha portato avanti, a cominciare dalle notevoli difficoltà esecutive, legate ad un repertorio per il quale è stato necessario, allo scopo di poter entrare in piena sintonia con protagonisti e atmosfere di varie epoche, utilizzare ben cinque diversi strumenti (un liuto rinascimentale a 8 ordini e una tiorba a 14 ordini di Giuseppe Tumiati, una chitarra barocca di Anna Radice, una chitarra romantica senza carteggio restaurata da Giuseppe Baracani e una chitarra classica di Antonino Scandurra).
Il risultato complessivo si concretizza in un excursus di notevole valenza storico-musicale che, grazie ad un interprete versatile e di estrema bravura, può essere apprezzato sia dagli addetti ai lavori che dai semplici appassionati.

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