L’integrale delle sonate per violino e pianoforte di Beethoven si apre con un duo di elevatissimo livello

Foto Giancarlo de Luca

Il primo appuntamento con l’integrale delle sonate per violino e pianoforte di Ludwig van Beethoven, svoltosi al Teatro Sannazaro nell’ambito della stagione della Associazione Alessandro Scarlatti, è stato affidato a Massimo Quarta e Pietro De Maria.
Il duo ha aperto il recital con la Sonata op. 12 n. 2 in la maggiore, che apparteneva ad un trittico pubblicato nel 1798 da Artaria, con dedica a Salieri.
Punto di riferimento furono certamente i brani mozartiani (il titolo originale “Tre Sonate per il Clavicembalo o Forte-Piano con un violino” non lascia molti dubbi), ma in questo caso si puntava più al dialogo, a volte serrato, in altri casi più stemperato, fra i due strumenti.
Un modo di concepire l’abbinamento forse un po’ troppo all’avanguardia per quei tempi, se pezzi che oggi ci appaiono abbastanza nella norma, vennero stroncati dal critico dell’Allgemeine Musikalische Zeitung, autorevole giornale di Lipsia, che definì l’insieme “…ammasso senza metodo di cose sapienti: niente di naturale, niente canto, un bosco in cui si è fermati ad ogni passo da cespugli nemici, e da cui si esce esausti, senza piacere…” e sottolineò inoltre la presenza di “difficoltà da far perdere la pazienza”.
La successiva Sonata per violino e pianoforte in do minore, op. 30 n. 2 faceva anch’essa parte di una raccolta di tre, completata nel 1802, anno per Beethoven particolarmente travagliato, in quanto coincise con l’acuirsi della sordità, causa prima della conseguente crisi depressiva, testimoniata dal contenuto del cosiddetto “testamento di Heiligenstadt”.
Pubblicata nel 1803, venne dedicata allo Zar Alessandro I, che la ricevé tramite il conte Razumovsky, ambasciatore russo a Vienna.
Sembra che il sovrano fosse rimasto piuttosto insensibile all’omaggio, ricompensando Beethoven con 100 ducati, dopo numerose insistenze della zarina Elisabetta, soltanto nel 1814, quando si trovava a Vienna per presiedere lo storico Congresso.
Dopo l’intervallo, la seconda parte era rivolta interamente alla Sonata n. 10 in sol maggiore op. 96, iniziata nel 1810 e terminata nel 1812, che esordì in casa del principe Lobkowitz, eseguita dal francese Pierre Rode al violino e l’Arciduca Rodolfo (dedicatario del pezzo) al pianoforte.
Contributo conclusivo di Beethoven al genere, arrivava circa dieci anni dopo la precedente, ovvero la celeberrima sonata “a Kreutzer”.
Risulta quindi molto interessante un paragone fra le due composizioni, sia per comprendere l’evoluzione stilistica del grande musicista, sia per notare la differente atmosfera che le contraddistingue, carica di tensione la “Kreutzer”, decisamente molto rilassata la n. 10 in sol maggiore (in parte anche per non creare eccessive difficoltà all’esecutore-dedicatario, pur sempre un amatore, sebbene di buon livello).
E veniamo agli interpreti, Massimo Quarta (violino) e Pietro De Maria (pianoforte), artisti di caratura internazionale, che hanno evidenziato un perfetto affiatamento, dando vita ad un concerto di grandissimo spessore, caratterizzato da sonorità nitide ed estremo equilibrio, senza mai indulgere in esagerati virtuosismi, che avrebbero potuto appesantire e stravolgere i brani proposti.
Pubblico molto numeroso, che ha lungamente applaudito i due protagonisti, ed è stato omaggiato da ben due bis brahmsiani, lo Scherzo, dalla Sonata F.A.E., e l’ Adagio tratto dalla Sonata n. 3 in re minore, op. 108, ottima chiusura di una magnifica serata musicale.

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