Al Teatro Sannazaro la stagione della Associazione Alessandro Scarlatti propone un duo pianistico leggendario

Foto Giancarlo de Luca

La stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti ha recentemente ospitato il duo costituito dai pianisti Bruno Canino e Antonio Ballista.
In programma alcuni brani per due pianoforti, partendo dalla Sonata in re maggiore K. 448 di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791), che esordì nel 1781 in casa Aurnhammer, eseguita dall’autore insieme a Josephine Aurnhammer, una delle sue prime allieve viennesi.
La composizione è ancora notissima ai nostri giorni in quanto oggetto di studi, iniziati nel 1993 da tre ricercatori statunitensi, volti a sostenere il cosiddetto “Effetto Mozart”, ovvero l’aumento delle attività intellettive da parte di soggetti sottoposti all’ascolto di questo, come di altri brani del genio di Salisburgo.
Una teoria molto controversa, sostenuta da numerosi addetti ai lavori, sebbene gli stessi ad averla proposta per la prima volta hanno sempre sottolineato che il fenomeno ha una durata temporanea e molto breve.
Con le successive Variazioni sopra un tema di Haydn in si bemolle maggiore op. 56b di Johannes Brahms (1833 – 1897) si passava ad un brano fondamentale nella produzione del grande musicista tedesco.
Infatti, la versione orchestrale delle “Variazioni” (che porta il numero d’opera 56a, anche se fu scritta dopo quella per due pianoforti), datata 1873, prelude alla prima delle sue quattro sinfonie.
La storia di questo brano è abbastanza particolare, poiché Brahms si servì di un tema corrispondente ad un antico inno popolare austriaco, il “Chorale in honorem St. Antonii”, contenuto in una raccolta di Divertimenti per fiati che Ferdinand Pohl, bibliotecario della Società degli Amici della Musica di Vienna, sottopose alla sua attenzione, attribuendola ad Haydn (ma in realtà il vero autore sembra essere Pleyel).
Dopo un breve intervallo, la seconda parte del concerto era dedicata al Novecento ed a ritmi e autori d’oltreoceano.
Si partiva con Danzón Cubano dello statunitense Aaron Copland (1900 – 1990), che conobbe la prima a New York nel 1942, interpretata dall’autore americano insieme a Leonard Bernstein.
Il pezzo, che abbina il tipico stile di Copland con il folclore sudamericano, fu in seguito trascritto per orchestra dallo stesso musicista, in una versione molto più nota ed eseguita rispetto a quella originale.
A seguire Muchacho Jujeno da Tres Romances argentinos di Carlos Guastavino (1912 – 2000), praticamente sconosciuto dalle nostre parti.
Compositore molto prolifico, fortemente ancorato alla musica tonale (in netta controtendenza con i suoi colleghi dell’epoca, a cominciare da Ginastera), predilisse brani per voce e pianoforte, legati alle melodie argentine, guadagnandosi il soprannome di “Schubert delle Pampas”.
Brano conclusivo la suite Scaramouche, op. 165b di Darius Milhaud (1892–1974), composta nel 1937 su richiesta di Marguerite Long per le ex allieve Marcelle Meyer e Ida Jankelevitch, che dovevano tenere un concerto nel corso dell’Esposizione Universale di Parigi.
Il musicista francese si servì di materiale preesistente e, per il primo e terzo movimento, prese come riferimento motivi tratti da “Il Medico volante” di Moliére, allestito al Teatro Scaramouche, specializzato in spettacoli per bambini, mentre il tema del movimento centrale apparteneva all’ouverture dell’ opera Bolivar.
Nata come pezzo d’occasione, l’autore non pubblicò subito la suite, perché pensava potesse sminuire la sua reputazione, ma dovette subito ricredersi poiché il brano ottenne un successo strepitoso e, soprattutto la Brazileira conclusiva, ha conosciuto in seguito trascrizioni per gli strumenti più svariati, compresa una per clarinetto e sassofono curata dallo stesso Milhaud.
Passando ai due protagonisti della serata, va innanzitutto notato come un sodalizio che ha superato i sessanta anni, quale quello portato avanti da Bruno Canino e Antonio Ballista, rappresenti comunque ancora oggi un assoluto punto di riferimento nel panorama musicale.
Potrebbe apparire un paradosso ma, a prescindere dall’enorme esperienza dei due pianisti, e dalla loro padronanza nei confronti di un repertorio vastissimo, che abbraccia circa due secoli e mezzo di musica, ciò che maggiormente colpisce è la vitalità delle loro esecuzioni, l’ottimo affiatamento e una sonorità di assoluto spessore, difficilmente riscontrabile in molti degli interpreti attualmente in auge.
Peculiarità che il numeroso ed entusiasta pubblico presente, formato anche da molti giovani, rimasti fortemente impressionati, ha colto immediatamente,
Lunghi e scroscianti gli applausi al termine del recital, con i due artisti che non si sono sottratti ad un bis, consistente in Laideronnette, impératrice des pagodes, pezzo a quattro mani da Ma mère l’oye di Ravel, chiusura lieve e raffinata di un bellissimo concerto.

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