Al Teatro Sannazaro il talento giovanissimo e versatile di Filippo Gorini

Foto Giancarlo de Luca

La stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti ha recentemente ospitato il pianista ventiquattrenne Filippo Gorini che, nonostante la sua giovanissima età, ha già ottenuto prestigiosi riconoscimenti.
In apertura è stato proposto Szálkák (Schegge), op. 6d, brano decisamente moderno, datato 1978, tratto dalla produzione di György Kurtág (1926), decano della musica ungherese.
Si passava quindi a Kreisleriana op. 16, composizione concepita nel 1838 da Robert Schumann (1810-1856) per Clara Wieck, ma data alle stampe con dedica “all’amico F. Chopin” (che, per inciso, pare non l’abbia apprezzata più di tanto) e con il sottotitolo di Phantasien.
Gli otto movimenti che formano tale ciclo pianistico sono fortemente indicativi del microcosmo di Schumann, ispiratosi alla figura di Johannes Kreisler, esaltato ed inquietante maestro di cappella, nato dalla penna di E. T. A. Hoffmann, e contraddistinto da uno sdoppiamento della personalità.
Un elemento, quest’ultimo, nel quale il musicista si rispecchiava ampiamente, essendo costantemente diviso anch’egli fra due anime, alle quali aveva dato il nome di altrettanti personaggi, il timido e meditativo Eusebio e l’esuberante e poco riflessivo Florestano, che in Kreisleriana si alternano, in quanto i movimenti dispari sono ricchi di febbrile agitazione mentre quelli pari risultano lenti e malinconici.
Dopo un breve intervallo, la seconda parte era interamente rivolta alla Sonata in do minore op. 111 di Ludwig van Beethoven (1770-1827), ultimo contributo del compositore tedesco al genere , dove si ravvisa la volontà di uscire dai vincoli canonici che caratterizzavano la struttura della sonata, modificandone sia la successione dei movimenti, sia, talora, il loro numero.
Formata da due soli movimenti, venne completata nel 1822, e pubblicata l’anno dopo a Parigi e Berlino dall’editore berlinese Schlesinger, con dedica all’arciduca Rodolfo d’Austria.
Siamo nel pieno del cosiddetto “tardo periodo”, iniziato nel 1815, secondo una classificazione adottata dallo scrittore tedesco Wilhelm von Lenz nella biografia “Beethoven e i suoi tre stili” (1852), non accettata da tutti, ma ancora oggi considerata didatticamente valida.
In particolare, la produzione conclusiva si caratterizzò per la ricerca di soluzioni stilistiche, che colpirono negativamente pubblico e critica dell’epoca, completamente spiazzati da sonorità, che sarebbero state comprese ed apprezzate progressivamente solo a partire dalla seconda metà del Novecento.
Uno sguardo ora a Filippo Gorini, confrontatosi ottimamente con un programma di notevole complessità, che ha evidenziato la sua grande maturità e solidità interpretativa, abbinata ad una versatilità che gli permette di spaziare dal repertorio più classico a quello dei nostri giorni.
Pubblico numeroso ed entusiasta, che ha lungamente applaudito il pianista, chiedendo a gran voce un bis, ed è stato omaggiato da una splendida esecuzione dell’Impromptu op. 90 in do minore, n. 1 di Schubert, a suggello di un recital di elevatissimo spessore.

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