Al Teatro Sannazaro un quartetto propenso verso le sonorità del Novecento

Foto Giancarlo de Luca

Dopo l’entusiasmante inaugurazione, avvenuta nella Basilica di San Paolo Maggiore, il secondo appuntamento ha riportato la stagione dell’AssociazioneAlessandro Scarlatti nella consueta sede del Teatro Sannazaro.
Ospite della serata il Quartetto Kelemen, nato a Budapest nel 2009 e costituito da Barnabás Kelemen (primo violino e fondatore dell’ensemble), Dmitry Smirnov (secondo violino), Katalin Kokas (viola) e Mon Puo (violoncello).
L’apertura è stata dedicata a Franz Schubert (1797 –1828) con il Quartettsatz in do minore D. 703, risalente al 1820, che consta di un primo tempo (Allegro assai) e di un abbozzo del secondo (Andante).
Da qui il titolo di “movimento di quartetto”, ma nonostante la sua incompletezza c’è chi lo considera una sorta di prova generale dei capolavori scritti qualche anno dopo.
Il successivo Quartetto n. 5 di Béla Bartók venne concepito nell’arco di un mese (agosto-settembre 1934), e dedicato a Elizabeth Sprague Coolidge, la mecenate americana che assegnava un prestigioso riconoscimento annuale al miglior brano di un autore europeo da proporre al pubblico statunitense (Bartók lo aveva vinto nel 1928 con il Quartetto n. 3).
Dal punto di vista musicale il pezzo è ricco di sonorità novecentesche, ma presenta anche numerosi rimandi a quelle tradizioni legate alla musica popolare, che furono a lungo materia di studio e ricerca del compositore, fra i primi ad occuparsi di etnomusicologia.
Un breve intervallo ha preceduto la seconda parte, interamente rivolta al Quartetto in fa maggiore op. 59 di Ludwig van Beethoven (1770-1827), primo dei tre Quartetti “Razumovsky”, così definiti dal nome del conte che li aveva commissionati, amico e mecenate del compositore.
Discreto violinista dilettante, Andrei Razumovsky era ambasciatore dello zar a Vienna, per cui l’autore tedesco inserì nei brani, in suo onore, richiami alla tradizione russa.
Va ricordato, inoltre, come il nobile supportò anche il quartetto Schuppanzigh (e talora ne fece anche parte come secondo violino), ensemble che eseguì spesso le “prime” dei brani di Beethoven.
E veniamo al Quartetto Kelemen, in origine formato soltanto da musicisti ungheresi, mentre attualmente, oltre ai magiari Kelemen e Kokas, presenta anche il russo Dmitry Smirnov, ed il madrileno di origini taiwanesi Mon Puo.
L’ensemble ha evidenziato un violinista formidabile come Barnabás Kelemen, mostrando nel complesso una notevolissima tecnica, che ha esaltato il brano di Bartók, ma penalizzato soprattutto l’iniziale Quartettsatz, apparso piuttosto freddo e privo di quelle sfumature che caratterizzano i brani dell’autore austriaco.
Pubblico molto numeroso e partecipe che è stato omaggiato da ben due bis, l’Allegro molto, posto a chiusura del Quartetto op. 59 n. 3 in do maggiore (sempre appartenente ai “Razumovsky”) e l’Allegro molto capriccioso, secondo movimento del Quartetto n. 2 di Bartók, eseguito in modo impeccabile, a conferma delle affinità della compagine nei confronti del musicista ungherese.

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