Lo ScarlattiLab prosegue gli approfondimenti nell’ambito del Barocco romano con due concerti di elevato valore storico-musicale

ScarlattiLab – “I concerti del Centenario” (Foto Giancarlo de Luca)

Nato nel 2011 con lo scopo di proporre brani di autori del XVI e del XVII secolo, privilegiando il vastissimo repertorio legato alla produzione napoletana, lo ScarlattiLab Barocco è un progetto, affidato a giovani interpreti, portato avanti dall’Associazione Alessandro Scarlatti in collaborazione con il Dipartimento e Master di Musica Antica del Conservatorio “San Pietro a Majella” di Napoli, diretto da Antonio Florio e Dinko Fabris.
A partire dallo scorso anno, però, gli interessi si sono indirizzati verso gli autori attivi a Roma, iniziando un approfondimento altrettanto interessante che quest’anno si è focalizzato su due protagonisti del Seicento, Alessandro Stradella (1639-1682) e Alessandro Melani (1639-1703).
Due gli appuntamenti proposti, “La Forza delle Stelle”, Alessandro Stradella alla corte romana di Cristina di Svezia, inserito nell’ambito del ciclo “I concerti del Centenario” e “Alessandro Melani nella Roma della fine ‘600”, posto all’interno della rassegna “Miti di Musica”.
Il primo, svoltosi nella Chiesa della SS. Pietà dei Pellegrini, si riferiva al periodo durante il quale Alessandro Stradella era al servizio della regina Cristina di Svezia, giunta a Roma nel 1655, dopo che si era convertita al Cattolicesimo e aveva di conseguenza abdicato in favore del cugino Carlo.
Entrambi furono personaggi dirompenti in quanto, da una parte troviamo un compositore, passato alla storia soprattutto per le relazioni avute con donne sposate appartenenti alla nobiltà, che ne oscurarono l’abilità di musicista, e furono anche la causa della sua morte, avvenuta a Genova per mano di sicari ignoti (a differenza del mandante).
Dall’altra vi è una donna spregiudicata e coltissima che, sfruttando la vasta eco della sua conversione e un carattere estremamente deciso, riuscì ad ottenere privilegi e concessioni nella Roma papale, ed a raccogliere numerosi artisti sotto la sua ala protettiva, gettando le basi su quella che sarebbe diventata l’Accademia dell’Arcadia, fondata nel 1690, solo un anno dopo la morte della regina.
Proprio questa costante frequentazione, suggerì alla sovrana, nel 1675, di fornire un contributo personale, sfociato nella ideazione di una cantata-serenata dove il suo apporto consisteva nella scelta dell’argomento da trattare, nella dinamica delle varie scene da allestire (comprensive di bozzetti), nonché nel numero e nelle caratteristiche dei cantanti da utilizzare e nella strumentazione da adottare.
Il tutto affidando i testi a Sebastiano Baldini e la musica ad Alessandro Stradella, che lei apprezzava in quanto avevano collaborato alla stesura di una serenata in suo onore.
Nacque così la serenata a cinque voci, il cui titolo originario doveva essere “La Forza delle stelle”, ma venne poi ribattezzata “Il Damone”, dal nome del protagonista maschile, che dialogava sui vari aspetti dell’amore con la ninfa Clori.
Presumibilmente l’esordio ebbe luogo durante una speciale “Accademia” tenutasi nel Palazzo Riario (oggi Palazzo Corsini alla Lungara), residenza della regina, e dovette avere un discreto successo perché esiste anche una versione successiva con organico ampliato e sette voci, con la prima conservata a Modena e la seconda a Torino.
Tutte queste notizie sono state raccolte da Carolyn Gianturco, che sta curando l’opera omnia di Stradella e nel 1994 ha pubblicato una monografia sul compositore, ed è riuscita, dopo lunghe e difficoltose ricerche, a ritrovare gli scritti originali di Cristina di Svezia relativi alla serenata, in totale 34 pagine, sopravvissute ai vari eventi di natura testamentaria e politica, conservate oggi a Montpellier nella Biblioteca della Facoltà di Medicina.
Partendo dai documenti a sua disposizione ed utilizzando l’epistolario della regina Cristina, Dinko Fabris ha dato vita ad una verosimile ricostruzione delle vicende che ruotarono intorno all’allestimento del lavoro, alternando la parte narrata, affidata all’attrice Elisabetta Piccolomini, con la proposizione di alcune arie e duetti tratti da “Il Damone”, interpretati da un organico formato da Federica Altomare e Ester Facchini (soprani), Marco Piantoni e Giuseppe Grieco (violini), Chiara Mallozzi (violoncello) e Luigi Trivisano (clavicembalo), diretti dal maestro Antonio Florio.
Quest’ultimo ha curato anche la revisione della Cantata a due voci e strumenti Dorillo e Lilla, sempre di Stradella, che completava il programma della serata, eseguito dal medesimo ensemble vocale e strumentale, caratterizzato dalla presenza di musicisti molto bravi singolarmente e ben affiatati fra loro.

ScarlattiLab – “Miti di Musica”

Il secondo concerto, tenutosi nella Sala del Toro Farnese del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, era invece rivolto, come accennato in precedenza, al pistoiese Alessandro Melani.
Scorrendo la sua biografia si ricava la precisa sensazione che, anche allora, avere amicizie influenti fosse un buon viatico per poter emergere.
In effetti Melani era figlio di Domenico, campanaro e lettighiere del vescovo di Pistoia che, grazie ad una rete di amicizie coltivate fra la nobiltà locale, riuscì ad indirizzare tutti e sette i figli verso brillanti carriere artistiche.
Alessandro iniziò come cantore della cattedrale di Pistoia, per poi spostarsi a Roma intorno al 1661, dove studiò con Antonio Abbatini, all’epoca maestro di cappella della chiesa di San Luigi dei Francesi che, due anni dopo, si prodigò per fargli ottenere il posto di maestro di cappella del Duomo di Orvieto.
In questo periodo fu probabilmente attivo anche in altre città, mantenendo comunque i contatti con l’ambiente romano, e nel 1666 fu richiamato a Pistoia dal fratello Iacopo, per sostituirlo in qualità di maestro di cappella del duomo.
Ricoprì l’incarico per breve tempo in quanto l’anno dopo ritornò a Roma poiché il concittadino Giulio Rospigliosi (fratello del suo padrino di battesimo),  divenne papa con il nome di Clemente IX , per cui Melani fu nominato maestro di cappella della chiesa di Santa Maria Maggiore.
All’indomani della morte di Clemente IX, nel 1669, vennero a mancare le committenze della famiglia Rospigliosi, e l’autore dovette defilarsi dall’attività operistica romana, anche se proseguì a scrivere musica sacra e profana per altre famiglie nobili della città capitolina.
Il periodo conclusivo della sua carriera si svolse a partire dal 1672, quando lasciò il posto di Santa Maria Maggiore, per passare alla direzione della cappella della chiesa di S. Luigi dei Francesi, grazie alla raccomandazione dell’ambasciatore transalpino a Roma (e il fratello Atto Melani, famoso castrato e diplomatico al servizio di Luigi XIV, ebbe molto probabilmente un ruolo di rilievo nella vicenda).
Melani rimase lì fino alla fine dei suoi giorni, apportando notevoli modifiche all’organico, in modo da avere a disposizione solisti che assecondassero uno stile che si allontanava dalla policoralità, senza perdere nel contempo lo sfarzo che caratterizzava le funzioni legate alle maggiori solennità liturgiche.
Tornando al concerto, al centro del programma vi erano alcuni brani tratti dalla raccolta Concerti spirituali a due, tre e cinque voci, pubblicati a Roma nel 1682 e dedicati al principe Ferdinando de’ Medici.
Nell’ordine è stato eseguito un primo gruppo formato dai mottetti Derelinquat impius, per alto, tenore e basso e basso continuo, Salve Mater, per 2 soprani e basso continuo e O Felix Anima, per alto, basso e basso continuo, mentre un secondo gruppo, preceduto dalla Toccata per organo di Alessandro Scarlatti, comprendeva i mottetti Date Voces Pueri, per 2 soprani, tenore e basso continuo, Iustus ut Palma, per soprano e alto e basso continuo, e Recolite memoriam, per 2 soprani, alto, tenore, basso e basso continuo.
Nel complesso un repertorio ricco di difficoltà, dal quale emergeva la bellezza delle musiche di Melani, ottimamente interpretate da Francesco Divito e Valeria La Grotta (soprani), Aurelio Schiavoni (alto), Leopoldo Punziano (tenore) e Roberto Gaudino (basso), accompagnati da Pierluigi Ciapparelli (tiorba) e Angelo Trancone, quest’ultimo nel duplice ruolo di organista e direttore, il tutto sotto la direzione musicale del maestro Antonio Florio.
Tirando le somme, anche quest’anno lo ScarlattiLab Barocco si è distinto per avere portato alla ribalta brani di rara esecuzione, appartenenti al repertorio di due autori meritevoli di essere approfonditi.

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