A Palazzo Zevallos “Lo sguardo e il suono” propone un intrigante abbinamento fra pittura e musica

Caravaggio: Martirio di Sant’Orsola

Nell’ambito delle rassegne dell’Associazione Alessandro Scarlatti, ha fatto quest’anno capolino una nuova iniziativa, in collaborazione con Gallerie d’Italia, dal titolo “Lo sguardo e il suono”.
Essa prevede, per ogni appuntamento, una parte iniziale rivolta alla descrizione, curata da un esperto, di un quadro custodito a Palazzo Zevallos, ed una seconda parte consistente in un breve concerto, contraddistinto da un programma legato al periodo nel quale è stata dipinta l’opera d’arte presa in considerazione.
La prima metà, degli otto incontri complessivi previsti dal ciclo, si è svolta fra maggio e giugno, ed ha ospitato personalità del mondo dell’arte, musicisti affermati e giovanissimi talenti dei quali in futuro sentiremo sicuramente parlare.
La serata iniziale era incentrata sul quadro del Caravaggio “Il Martirio di Sant’Orsola”, dipinto a Napoli nel 1610, attualmente in prestito al Museo di Capodimonte per la mostra “Caravaggio Napoli”.
Si tratta dell’ultima opera del grande pittore, le cui vicende sono state mirabilmente riassunte da Antonio Ernesto Denunzio, Responsabile Iniziative Culturali e Progetti Espositivi delle Gallerie d’Italia-Palazzo Zevallos di Napoli, nell’ambito dell’Unità Beni archeologici e storico-artistici di Intesa Sanpaolo.
Una storia che ha dell’incredibile, sia per le peregrinazioni del dipinto, giunto a Genova da Napoli, in quanto commissionato da Marcantonio Doria.
Alla morte di quest’ultimo, il capolavoro passò al ramo dei Doria D’Angri, con un primo ritorno a Napoli, dopo essere stato a Roma, seguito da un nuovo spostamento, nella zona di Eboli, dove aveva sede una villa di proprietà dei nobili.
Nel dopoguerra la proprietà fu acquistata dall’ambasciatore Furio Romano Avezzano e dalla moglie donna Felicita La Francesca che, nel 1973, decise di vendere il quadro alla Banca Commerciale della quale era cliente.
Ancora più strabiliante il fatto che l’opera d’arte, forse per il cattivo stato di conservazione, conobbe diverse attribuzioni, avallate da importanti studiosi ed esperti, al punto che, al momento della cessione, era identificata “opera giovanile di Mattia Preti” (e quindi gli acquirenti pagarono molto meno di quanto avrebbero dovuto).
Solo nel 1980, a seguito del ritrovamento, nell’archivio di Stato di Napoli, di un prezioso carteggio dei Doria D’Angri, il quadro fu inconfutabilmente attribuito al Caravaggio e, all’indomani del restauro, completato nel 2004, riemerse in tutto il suo splendore.
Il concerto, preceduto da una breve presentazione del musicologo Dinko Fabris, aveva invece come protagonista Mara Galassi, che ha ottimamente eseguito brani tratti dal repertorio di autori attivi o nati a Napoli fra metà Cinquecento e metà Seicento all’arpa doppia (arpa a tre ordini di corde, che raggiunse la massima fortuna nel Seicento).
Così è stato possibile ascoltare pezzi di Fabrizio Dentice, Antonio Valente, Louis Maymon, Giovanni Leonardo Mollica (meglio noto come Giovan Leonardo dell’Arpa), Ascanio Mayone, e Giovanni Maria Trabaci, oltre ad un madrigale del franco-fiammingo Arcadelt.
Per quanto riguarda gli altri appuntamenti, nel secondo, Ugo Dovere, direttore dell’Archivio Storico Diocesano di Napoli dal 1989 al 1994, commentando il quadro di Domenico Battaglia Il coro della chiesa di Santa Maria Donnaregina Nuova (seconda metà del XIX secolo), ha descritto anche gli stretti rapporti fra la musica e le istituzioni religiose.
Nell’occasione l’inserto musicale è stato affidato al giovanissimo talento del pianista Aldo Roberto Pessolano, confrontatosi molto brillantemente con un programma che comprendeva due trascrizioni bachiane curate rispettivamente da Wilhelm Kempff e Franz Liszt, una versione pianistica di Harold Bauer relativa al Prélude, fugue et variation, op. 18 di Franck, Recueillement S. 204 di Franz Liszt (scritto su richiesta di Florimo in occasione dell’inaugurazione a Napoli del monumento a Bellini) e Regard de l’Eglise d’amour, da Vingt Regard sur l’Enfant-Jésus, di Olivier Messiaen.
Più disimpegnato il terzo appuntamento, con lo storico dell’arte Renato Ruotolo che ha parlato della Taverna a Posillipo (1886), di Vincenzo Migliaro, mentre la parte musicale, affidata ad un altro formidabile talento, il diciannovenne Alessandro Schiano Moriello, spaziava da alcuni brani tratti da Les soirées de Pausilippe, op. 75 di Sigismund Thalberg alla Toccata in re minore, op. 11 di Sergej Prokofiev, passando per Brahms, Liszt e Skrjabin.
Il quarto ed ultimo incontro si è aperto con la relazione di Leonardo Di Mauro, Professore Ordinario di Storia dell’Architettura dell’Università “Federico II” e Presidente dell’Ordine degli Architetti di Napoli, che si è soffermato sui cambiamenti topografici del quartiere Chiaia, partendo dal quadro intitolato Veduta di Napoli con il borgo di Chiaia da Pizzofalcone, risalente all’inizio del XVIII secolo.
Il lato musicale, curato dal trio costituito da Tommaso Rossi (flauto dolce), Ugo Di Giovanni (arciliuto) e Manuela Albano (violoncello), aveva come titolo “Musica a casa Fleetwood” e rievocava la figura di John Fleetwood, console inglese a Napoli, che nel 1724 fu il dedicatario di una raccolta di dodici sonate per flauto di Francesco Mancini, primo Maestro presso il Conservatorio di Santa Maria di Loreto.
Il programma, interpretato con grande raffinatezza e perfetto affiatamento, si articolava attraverso una Tarantella di anonimo del XVII secolo e quattro sonate di autori che diedero lustro alla Scuola musicale napoletana del Settecento, Alessandro Scarlatti, Leonardo Leo, Nicola Fiorenza e, naturalmente, Francesco Mancini, chiudendosi con un bis rivolto al britannico Henry Purcell.
Volendo fare un bilancio di questa prima parte del ciclo “Lo sguardo e il suono”, va innanzitutto sottolineato che il connubio fra opere d’arte e musica funziona piuttosto bene.
Ciò che andrebbe definito meglio riguarda l’equilibrio fra i due momenti perché, mentre per la musica, quando si concepisce il programma, è possibile conoscere più o meno la durata dei differenti brani e regolarsi di conseguenza, i tempi del relatore rappresentano un’incognita e rischiano di penalizzare i musicisti.
In più, sarebbe interessante comprendere i parametri utilizzati dal personale di Palazzo Zevallos per regolare i flussi di entrata, a volte molto tolleranti, in altre occasioni di una rigidità estrema.
Appuntamento, quindi, al prossimo settembre, per la seconda parte della rassegna che si prospetta sicuramente interessante quanto la prima.

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