Al “Maggio della Musica” il formidabile Quartetto Prometeo

Il secondo appuntamento con l’integrale dei Quartetti per archi di Ludwig van Beethoven (1770-1827), nell’ambito della stagione del “Maggio della Musica”, ha ospitato il Quartetto Prometeo, formato da Giulio Rovighi e Aldo Campagnari (violini) Danusha Waskiewicz (viola) e Francesco Dillon (violoncello).
In programma il Quartetto per archi in re maggiore, op. 18 n. 3 ed il Quartetto per archi in do diesis minore, op. 131.
Il primo apparteneva alla raccolta di sei quartetti, scritti fra il 1798 ed il 1800, commissionati dal principe Lobkowitz, che fu anche il dedicatario.
Contributo iniziale a tale genere da parte di Beethoven, non poteva esimersi dall’avere come riferimento due autori quali Mozart e Haydn, ma nel contempo l’autore riuscì ad indicare nuove possibili strade da percorrere.
Il Quartetto op. 18, n. 3 risulta proprio il primo in assoluto, anche se poi, nel momento della pubblicazione, avvenuta nel 1801 ad opera dell’editore viennese Mollo, fu inserito in terza posizione.
Nel complesso l’edizione venne data alle stampe con diversi errori, che costrinsero Beethoven a numerose correzioni e gli suggerirono anche delle modifiche.
Va ancora ricordato che, per esigenze commerciali, le sei composizioni vennero stampate in due differenti raccolte da tre.
Ad ogni modo il principe mostrò di gradire tantissimo i brani, al punto da decidere di assegnare a Beethoven un vitalizio annuo di 600 fiorini, e a regalargli ben quattro strumenti di enorme valore (un violino ed un violoncello di Guarneri del Gesù, un violino Amati ed una viola Ruger).
Riguardo all’op. 131, rientra in quella fase della produzione, compresa fra il 1815 ed il 1827, definita “terzo periodo”, secondo una classificazione adottata dallo scrittore tedesco Wilhelm von Lenz nella sua biografia “Beethoven e i suoi tre stili” (1852), non accettata universalmente, che però presenta una discreta utilità didattica.
In tale arco di tempo Beethoven scrisse alcuni brani che esulano dagli schemi canonici (basti pensare ai sette movimenti ininterrotti che contraddistinguono proprio l’op. 131), considerati veri e propri messaggi lanciati verso un futuro remoto, che ancora oggi, quasi due secoli dopo, risultano ancora in parte poco comprensibili, pur essendo molto più vicini al Novecento che all’Ottocento.
Non ci si deve quindi meravigliare se, all’epoca, presero di contropiede critici e pubblico, suscitando spesso commenti fortemente negativi, al limite dell’offensivo (da un compositore ormai totalmente sordo cosa ci si poteva mai attendere?).
Uno sguardo, ora, al Quartetto Prometeo, nato poco più di venti anni fa e attualmente formato da due dei suoi fondatori (il violinista Aldo Campagnari e il violoncellista Francesco Dillon), dal violinista Giulio Rovighi (componente dell’ensemble dal 2008) e Danusha Waskiewicz, violista di grandissima esperienza, entrata a far parte dell’organico nel 2018.
Già ospite, alcuni anni fa del “Maggio della Musica”, il “Prometeo” ha confermato di essere un gruppo di caratura internazionale, grazie ad ottimi solisti che, contemporaneamente, sono in grado di fornire un’interpretazione caratterizzata da grande compattezza e perfetto affiatamento, peculiarità che, in brani complessi come l’op. 131, tende ad esaltarsi ulteriormente.
Pubblico numeroso ed entusiasta, che ha applaudito a lungo i protagonisti, ed è stato omaggiato con la struggente “O Albion” da Arcadiana, op. 12 (1994), del britannico Adès, ulteriore riprova della estrema versatilità dell’ensemble.

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