Intervista a Maria Gabriella Mariani alle soglie del recital che terrà a Milano il 21 giugno a Villa Litta Affori

Pianista e compositrice napoletana, Maria Gabriella Mariani ha recentemente pubblicato due CD per la Da Vinci Classics: “Virtuoso Piano Works” nel 2018 e quest’anno “Fairy Tales”.
Due progetti che tracciano percorsi musicali e narrativi che hanno incontrato il favore del pubblico e della critica nazionale ed internazionale.
In particolare, “Virtuoso Piano Works”, tutto su musiche della Mariani, ha vinto i Global Music Awards in U.S.A, è stato accolto molto bene dalla critica italiana e straniera (G. Minardi, C. Clark, H. Dent, J. Buddecke, P. Rattalino, A. Bedetti, etc.) ed è stato presentato a Radio Vaticana, Radio Popolare, a Cremona 1 TV e al Museo del Violino.
Quanto al secondo CD, “Fairy Tales”, uscito ad aprile 2019, è stato presentato recentemente a Rai Radio 3 – Primo Movimento ed ha inoltre già ottenuto rilevante successo di pubblico in occasione della recente tournée in Germania della Mariani.

Riportiamo di seguito un ampio stralcio dell’intervista di Simona Mazza apparsa sul giornale on-line “La Valle dei Templi”.
(L’intero articolo è consultabile al seguente link: http://www.lavalledeitempli.net/2019/06/04/maria-gabriella-mariani-larte-si-racconto-dellanima/)

In concomitanza con il suo imminente recital a Milano, a Villa Litta Affori del 21 giugno (ore 20.45), incentrato su musiche legate al mondo fantastico nella sua dimensione magica, misteriosa, intimistica, ne parliamo con l’artista che presenta queste due opere in qualità di compositrice e pianista. “Virtuoso Piano Works” e “Faity Tales”, due CD, due differenti dimensioni: una eminentemente virtuosistica, l’altra più intimistica.
Cosa rappresentano per lei?

Per me, come, credo, per qualunque musicista, sono due facce della stessa medaglia. Florestano ed Eusebio, i due volti della musica di Schumann, sono anche parte di noi, del nostro stato d’animo; nel mio caso nessuna di queste due dimensioni ha il sopravvento sull’altra ed entrambe si completano.

Ma parliamo più propriamente di questi CD, a cui si accompagna la pubblicazione delle relative sue composizioni, sempre per la Da Vinci Classics.

Esatto: nel caso del primo CD, ho presentato due miei brani, Pour Jouer e Ologramma. Il primo è una sonata intitolata e dedicata al mio maestro Aldo Ciccolini ed è del 2011; il secondo consta di un tema, 17 variazioni, un finale e un’improvvisazione, scritto nel 2014. Due composizioni per certi versi alquanto diverse e distanziate da un tempo che a me sembra esorbitante. La sonata Pour Jouer è il brano della memoria, dei miei ricordi di ragazza e quindi del mio rapporto con Ciccolini che in quell’epoca ha costituito un elemento fondamentale per la mia formazione e in generale per il mio rapporto con la musica. I tre tempi di questa sonata di 34 minuti rappresentano una sorta di “dialogo” incessante con il mio maestro, alla ricerca di una chiave di lettura non musicale, ma umana. Il secondo brano, Ologramma, ha un contesto completamente differente. Sa, a volte all’origine di una composizione ci sono spunti che restano dentro di noi per qualche tempo e poi, senza che ce l’aspettiamo, vengono rielaborati. Ricordo che alcuni anni fa il Maestro Roberto De Simone, con cui ho lavorato come pianista all’Opera dei Centosedici, mi consigliava di scrivere un tema e variazioni, perché lo considerava una sorta di banco di prova, da un punto di vista formale. Al momento non sembrai troppo convinta di una scelta del genere, eppure, dopo qualche anno, ho deciso di scrivere delle variazioni. Non solo: variazioni, con finale e poi esecuzione estemporanea.

Cosa significa per lei questa successione con una conclusione all’insegna dell’improvvisazione?

Credo che si tratti di un bisogno di esprimermi, che soverchia la struttura formale del brano, e che tracima in qualcosa che si può rinnovare di volta in volta, ogni volta eternato in un’esecuzione che costituisce un unicum nel suo genere. Devo anche confessare che al brano Ologramma è abbinato un romanzo che ho scritto in contemporanea dal titolo omonimo e pubblicato per Guida Editori quest’anno. Non che si tratti di una sorta di poema sinfonico, ma nel romanzo ho cercato di riprodurre la medesima struttura formale della composizione musicale. Il tema e variazioni si è trasformato in una successione di… sette personaggi, con le loro storie e con il loro desiderio di non morire. Di fatto il sottotitolo del romanzo è, appunto, Sette vite per non morire.

Una Maria Gabriella Mariani pianista, compositrice e ora anche scrittrice. Come riesce a conciliare tutte queste attività?

Sostengo spesso che ho due lingue e un solo linguaggio. Inoltre l’attività di scrittrice non è recente, né casuale: sono più di dieci anni che scrivo e pubblico romanzi e racconti. Ologramma è per la precisione il mio quarto libro. Dopo Ologramma ci sono altri quattro lavori che saranno pubblicati, tra cui un’opera teatrale e una raccolta di racconti a cui si ispira il brano del mio secondo CD.
E, appunto, a proposito del secondo CD, passiamo a queste “Fairy Tales”, un mondo fantastico, fatto di storie fantastiche e questa volta anche di brani della tradizione classica, di quella più blasonata e, per certi versi, inflazionata.

Si riferisce a Kinderszenen op. 15 di Schumann e a Children’s Corner di Debussy, ovviamente.

Be, sì: due brani antologici, di cui abbiamo esimie esecuzioni che hanno fatto la storia del pianismo mondiale.
Mi rendo conto che oggi incidere, oltre che suonare questi brani, può essere molto rischioso. Ma, vede, è il nesso concettuale che mi premeva creare e sottolineare. Il mio percorso era improntato sul mondo fantastico, come lei ha poc’anzi sottolineato, un mondo in cui l’infanzia costituisce una sorta di sublimazione, di rifugio o, se vuole, di età aurorale, da cui partiamo e verso cui tendiamo, qualche volta. Ho studiato a fondo il rapporto che legava Schumann alle sue Kinderszenen: non si trattava di quadretti di vita reale, ma piuttosto di un insieme di immagini e sensazioni in cui l’elemento infantile si traduce in tenerezza, in voglia di tenerezza o di tensione verso un ideale fatto di commozione e sentimento. Queste scene evocate penso che siano intese come qualcosa di perduto, più che di agognato. Di fatto a quel tempo Schumann non aveva ancora una famiglia e azzarderei a ritenere che, anche se l’avesse già avuta, il suo mondo fantastico non si sarebbe rifatto al contingente. Mi premeva accostare questo mondo fatto di sensazioni, a quello più descrittivo di Debussy.

Children’s Corner è in effetti dedicato alla figlia Chouchou

Sì, e questo significa che le premesse sono ben diverse dall’Opera 15 di Schumann. Eppure anche nell’opera del francese tutto viene sublimato: l’elefante, la pastorella, finanche la neve, la bambola. Lo spunto è esterno all’autore, ma in lui nasce questo sentimento delle cose in cui queste ultime si animano e diventano anch’esse delle scene, dei caratteri, frammenti di vita.

E tra questi due capolavori c’è anche la sua composizione dal titolo Kinderliana.

Kinderliana è la mia ultima composizione in senso cronologico e quindi quella a cui tengo di più perché mi rispecchia maggiormente. Anche a questo brano, che dura circa 32 minuti, è abbinata una raccolta di racconti che pubblicherò a breve, dal titolo “I racconti di Dora e Lucia”.

Per cui chi volesse sapere la storia della ballerina, del soldatino d’argilla o del pappagallo Corsu e di tutti i personaggi di questa raccolta pianistica potrà presto anche, diciamo, leggerla dalla raccolta dei racconti…

Proprio così: vede, la musica costituisce la dimensione emotiva, espressiva, quella che mi fa esprimere sensazioni; la narrativa riempie di contenuti queste sensazioni e dà un nome alle storie e ai personaggi evocati in musica. Questo credo sia il senso del mio rapporto musica-letteratura che è alla base della mia produzione e che io considero un binomio indissolubile, perché le due dimensioni sono per me necessarie.

Le sue composizioni sono tonali. Che rapporto ha con la musica atonale?

Ottimo, direi! La tonalità e la atonalità non sono per me due scelte antitetiche. Nella composizione l’unica regola a cui intendo sottostare è la coerenza formale, quello che in narrativa si chiama intreccio. Ogni composizione, ogni fatto artistico ha una sua genesi, direi, intrinseca. Si porta con sé delle regole che in primis il compositore deve rispettare. Per farle un esempio, quando ero arrivata alla fine di Ologramma la musica era di fatto finita; non per me, ma, se volevo continuare, era preferibile intendere il prosieguo come una composizione estemporanea. La musica composta aveva esaurito la sua estetica formale. Quanto al ricorso alla tonalità o alla atonalità non escludo che in futuro possa scrivere un pezzo atonale; nella stessa Kinderliana, laddove lo ritengo funzionale al senso della composizione, ci sono dei tratti che non si possono considerare tonali. A pensarci bene per me il fattore comunicazione è fondamentale: la scelta armonica è consequenziale a quel che intendo rappresentare. Inoltre da pianista – compositrice non dimentico che l’esecuzione musicale ha una fruizione estremamente dinamica. La musica per chi scrive è un lungo lavoro di composizione, ma per chi la ascolta è qualcosa di ineffabile che parla prima di tutto ai sensi. D’altra parte quanti concerti ci sono oggi di musica atonale? Come mai si continua a prediligere un repertorio che non va oltre Bartók?

Quella delle composizioni estemporanee è una prassi che nel corso del tempo si è perduta e che lei in parte ha recuperato per poi includere una sua composizione estemporanea in uno dei due CD. Che significato ha per lei l’improvvisazione?

E’ un atto liberatorio e nello stesso tempo un qualcosa di cui non conosco il meccanismo intrinseco. Credo che è un po’ come quando noi colloquiamo: esprimiamo idee che hanno un senso, ma non sempre le abbiamo premeditate. Tutto sta a conoscere bene la lingua con la quale le esprimiamo. Dà libertà, freschezza, naturalezza. E’ una sensazione molto piacevole, specie per chi fin da bambina ha inteso la musica come un impegno, uno studio assiduo. Quando non ne potevo più di questo lavoro intenso mi lasciavo andare e registravo delle composizioni che non sarebbero mai state ripetute allo stesso modo. All’epoca lo ritenevo un passatempo, se vuole anche un peccato, perché pensavo che stavo sottraendo del tempo allo studio. Poi Martha Argerich mi disse che poteva essere interessante terminare i miei concerti con un bis estemporaneo, o parafrasando qualche musica su richiesta del pubblico. Così mi sono fatta coraggio e ho cominciato. E poi da lì all’improvvisazione finale di Ologramma il passo è stato breve. E’ una dimensione che non si può sempre ricreare a comando, specie in presenza del pubblico. Qualche volta esce qualcosa di interessante, altre volte sono “distratta” ed è meglio evitare.

Nel CD in questione la sua composizione estemporanea dura più di venti minuti…

Evidentemente ero particolarmente… attenta. Ce ne sono alcune, a cui sono molto affezionata, che durano anche il doppio!

Solitamente le interviste si concludono con una sintesi dei prossimi impegni. Lei come vuole concludere questa intervista?

Gli impegni sono i soliti: suonare, comporre, scrivere e presentare le mie opere in Italia e all’estero, cosa che ormai faccio in modo direi sistematico. Prossimamente mi cimenterò con un concerto per pianoforte e orchestra scritto da me, che, se tutto va per il meglio, dovrei eseguire l’anno prossimo in Germania. Poi ci sarà la pubblicazione de I racconti di Dora e Lucia, che saranno anche resi graficamente. Quanto a questa intervista mi piacerebbe concluderla in modo estemporaneo, proprio come se fosse una composizione improvvisata.

E cioè?

Mi accingo ad incontrare il pubblico milanese: l’ultima volta, al Conservatorio è stato nel 2010. Portavo le quattro Ballate di Chopin, una Sonata di Prokofiev e Gaspard de la nuit di Ravel. Il pubblico fu davvero caloroso. Suonai una mia composizione come bis, dal titolo Echi. Ricordo che il direttore artistico era un po’ perplesso circa la scelta di quel bis… Eppure finito il concerto conobbi un signore greco che era tra il pubblico e che mostrò di aver molto apprezzato la mia composizione. Questa volta mi presento come pianista e come compositrice e ho anche modo di parlare della mia produzione narrativa. Sono passati nove anni, ma non sono passati invano…

Non le bastava essere pianista?

Mi bastava eccome e mi basta tuttora; ma non mi rappresentava pienamente e oggi mi rendo conto che non potrei proprio vivere senza essere, come dire, una e trina…

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Le interviste di Critica Classica e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.