I “Concerti di Primavera” della Comunità Luterana portano a Napoli la musica armena di Vardapet Komitas

Foto Max Cerrito

La XXI edizione dei “Concerti di Primavera”, rassegna affidata alla direzione artistica di Luciana Renzetti e realizzata con una parte del contributo dell’8 per mille donato dai contribuenti alla Chiesa Luterana, si è aperta con un omaggio a Vardapet Komitas (1869-1935), considerato unanimemente il “padre della moderna musica armena”.
Protagonista della serata il polistrumentista Francesco Di Cristofaro, che si è imbattuto in questa particolare figura di religioso, compositore, musicista ed etnomusicologo, durante i suoi studi legati agli strumenti a percussione della tradizione popolare.
Un incontro particolarmente felice e significativo, tenendo presente che, a parte in patria e nell’ambito delle comunità armene sparse in tutto il mondo, Komitas va purtroppo annoverato fra gli illustri sconosciuti.
Per tale motivo, prima di parlare della serata, è indispensabile fornire alcuni cenni biografici.
Soghomon Gevorki Soghomonyan, nacque nel 1869 a Kütahya (Turchia occidentale).
La sua infanzia fu tristissima in quanto perse la madre quando aveva circa sei mesi, il padre a dodici anni, per cui fu allevato, almeno inizialmente, dalla nonna materna.
Grazie ad una serie di circostanze fortunate, ed anche alla sua bellissima voce, fu accolto nel seminario di Ejmiatsin, città sede del patriarcato armeno.
Nel 1893 venne ordinato ieromonaco (primo gradino della carriera ecclesiastica) e volle chiamarsi Komitas, in onore dell’omonimo Patriarca, poeta e musicista, vissuto nel VII secolo.
Due anni dopo, terminati gli studi teologici, si guadagnò il titolo di Vardapet (archimandrita) e quindi da quel momento fu per tutti Vardapet Komitas.
Il suo interesse per la musica lo fece spostare prima nel 1895 a Tiflis in Georgia, per studiare armonia con Makar Yekmalyan, e poi a Berlino, dove soggiornò nel periodo 1896-1899, conseguendo il Dottorato in Musicologia all’Università Federico Guglielmo (oggi Università Humboldt), con il generoso supporto finanziario del petroliere armeno Alexander Mantashyan.
Ritornò quindi a Ejmiatsin per dirigere il coro del seminario e, facendo tesoro di quanto aveva appreso negli anni precedenti, cercò di fondere la musica tradizionale armena con quella occidentale.
Contemporaneamente intraprese numerosi viaggi nel vasto territorio che lo circondava, allo scopo di raccogliere testimonianze legate alle tradizioni popolari, tenne numerose relazioni ai congressi di etnomusicologia (materia che all’epoca iniziava a muovere i primi passi) e diede vita ad alcuni concerti, in prestigiosi contesti europei, sfruttando una bella voce, che gli permetteva di cantare da baritono o da tenore, e la sua bravura nel suonare il pianoforte ed il flauto.
Tutte queste attività furono fortemente osteggiate dalle alte cariche religiose armene, che vedevano di cattivo occhio un monaco che non si occupava soltanto di musica sacra e aveva l’ardire di esibirsi in pubblico.
Per tale motivo, nel 1910, decise di lasciare Ejmiatsin e si spostò a Costantinopoli, certo di trovare una collocazione consona nell’ambito della capitale dell’Impero Ottomano.
In realtà, pur dandosi molto da fare e riuscendo ad assemblare un coro di trecento elementi, il fatto di essere armeno lo penalizzò non poco.
Infatti, quando nel 1915, in pieno conflitto mondiale, il governo diede il via alla persecuzione degli Armeni, rei di aver appoggiato la Russia (un vero e proprio genocidio che provocò la morte di circa un milione e mezzo di persone e che ancora oggi il governo turco non riconosce come tale), padre Komitas fu fra i primi ad essere arrestato e deportato a centinaia di chilometri da Costantinopoli.
I buoni uffici di alcuni amici artisti e, soprattutto, l’interessamento dell’ambasciatore statunitense Henry Morgenthau, molto amico di Talat Pascià, all’epoca ministro dell’interno dell’Impero Ottomano, ideatore e principale pianificatore del genocidio, contribuirono alla liberazione di Komitas, che dopo qualche mese di prigionia tornò a Costantinopoli.
Ma le sue condizioni mentali, per quello che aveva subito e per ciò che aveva visto, erano piuttosto precarie, e un ulteriore tracollo fu provocato dal fatto che, durante la sua assenza, migliaia di documenti da lui raccolti in anni di ricerche erano stati distrutti.
Nel 1916 subì, quindi, il primo ricovero in un ospedale di Costantinopoli e le notizie successive risalgono al 1919, quando lo ritroviamo a Parigi, ospite della clinica Vil Evrar.
Da lì, nel 1922, venne trasferito in un’altra casa di cura, situta a Villejuif, dove morì nel 1935.
L’anno successivo le spoglie mortali furono portate a Yerevan, la capitale dell’Armenia, e seppellite nel Pantheon degli uomini illustri, oggi chiamato Pantheon di Komitas.
Da quel momento, l’importanza di Komitas crebbe esponenzialmente fra i connazionali, in patria come all’estero, ma l’autore e la sua storia rimasero praticamente ignoti al resto del mondo.
Dopo questa lunga panoramica, ritorniamo al concerto, che ha portato alla ribalta alcuni brani pianistici scritti dal religioso fra il 1906 ed il 1911 (recentemente al centro di un cd della Da Vinci Classics), prendendo naturalmente spunto dal materiale raccolto nelle sue innumerevoli peregrinazioni attraverso campagne e villaggi.
E, se l’apertura con i Dodici pezzi per bambini su temi popolari, completato in Polonia nel 1910 rappresentava un approccio concepito per i principianti, le successive Sei danze per pianoforte, risalenti al soggiorno parigino del 1906 (durante il quale catturò, con le sue interpretazioni, l’attenzione di autori quali D’Indy, Fauré, Saint-Saëns e Debussy), risultavano indicative dei ritmi e degli strumenti che contraddistinguevano luoghi ben identificati dell’universo sonoro dell’Armenia.
Ugualmente interessanti erano le Sette canzoni per pianoforte, terminate a Londra nel 1911, mentre il recital si chiudeva con Nairi, omaggio che Di Cristofaro ha voluto fare a Komitas, ispirandosi alla sua produzione.
Pubblico numeroso, ma sicuramente inferiore alla portata dell’evento, il che dimostra, per l’ennesima volta, una congenita avversione degli appassionati locali verso il nuovo, causato anche da chi, per decenni, ha irrimediabilmente narcotizzato gli spettatori, proponendo loro sempre la stessa minestra, più o meno ben riscaldata.
Non ci riferiamo, naturalmente, alla Comunità Evangelica Luterana e alle sue iniziative culturali che, mai come in anni recenti, hanno portato a Napoli una serie di novità di altissimo livello, buon ultima questa serata rivolta alla musica armena, proposta per di più da un giovanissimo e bravissimo interprete, e posta in apertura di una stagione che si preannuncia di grande vivacità e interesse.

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