Al Teatro Sannazaro il “Terpsycordes” traccia una breve storia del quartetto per archi

Franz Joseph Haydn

Il recente appuntamento della stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti ha ospitato il Quartetto Terpsycordes, nome che evoca Tersicore, la musa della danza e della musica, utilizzando la fusione fra i vocaboli Terra (Ter), spirito (psyché) e corde (cordes), a identificare l’ecletticità di una compagine costituita dal napoletano Girolamo Bottiglieri (fondatore e primo violino dell’ensemble), dalla bulgara Raya Raytcheva (secondo violino), dalla francese Marion Stienne (viola) e dallo svizzero François Grin (violoncello).
Preceduto dalle consuete “Tre domande a…”, rivolte dal curatore del programma di sala Luigi Amodio (Direttore del Science Centre della Fondazione Idis – Città della Scienza e socio della Associazione Alessandro Scarlatti), a Girolamo Bottiglieri, particolarmente contento di esibirsi nella sua città natale, il concerto ha proposto alcuni esempi significativi di come il quartetto si sia evoluto, partendo da quello che è unanimemente considerato il “padre” di questo genere, ovvero Franz Joseph Haydn (1732-1809).
Dalla sua corposa produzione (fissata in 68 brani da una pubblicazione abbastanza recente), abbiamo ascoltato il Quartetto in re maggiore op. 20, n. 4, pubblicato nel 1774 a Parigi, in una raccolta comprendente sei quartetti, all’epoca definiti ancora Divertimenti per archi, oggi noti come “Sonnenquartette” (Quartetti del Sole), in quanto in una ristampa del 1779, curata dall’editore viennese Johann Julius Hummel, l’illustrazione della copertina raffigurava un sole nascente.
L’intera op. 20 risulta fondamentale nel percorso che, con la successiva op. 33, avrebbe portato alla concezione definitiva del quartetto, confermando i canonici quattro movimenti e affidando al secondo violino, alla viola ed al violoncello una sempre maggiore autonomia rispetto al primo violino.
Il successivo Quartetto n. 11 in fa minore op. 95 “Serioso” di Ludwig van Beethoven (1770–1827), risaliva al 1810 e, nonostante appartenga al cosiddetto “periodo di mezzo” della produzione beethoveniana (secondo una catalogazione non sempre accettata, ma piuttosto utile, proposta da Wilhelm von Lenz nel suo Beethoven et ses trois styles, 1855), appare quasi precorrere la complessa ed enigmatica stagione conclusiva.
Probabilmente proprio per tale motivo, il musicista attese quattro anni prima di sottoporlo al pubblico, e ben sei per darlo alle stampe.
Inoltre, va evidenziato che l’appellativo “Serioso” con il quale è conosciuto, fu attribuito dall’autore in persona, a differenza di quanto accadde a tutti gli altri lavori beethoveniani contraddistinti da un soprannome, ribattezzati postumi secondo un’usanza cara agli editori del periodo romantico.
Dopo un breve intervallo, la seconda parte era interamente rivolta al Quartetto in sol maggiore D. 887, quindicesimo ed ultimo dei quartetti di Franz Schubert (1799-1828), datato 1826.
Composto in appena dieci giorni, tempo eccezionalmente esiguo, se confrontato alla sua complessità, conobbe nel 1828 l’esecuzione del primo movimento da parte del Quartetto Schuppanzigh, durante l’unico concerto viennese dedicato a Schubert quando ancora era in vita.
Per la proposizione completa, avvenuta sempre a Vienna a cura del Quartetto Hellmesberger, si dovette invece attendere il 1850, mentre soltanto l’anno successivo la composizione fu pubblicata da Diabelli come op. postuma 161.
Per quanto riguarda il Quartetto Terpsycordes, l’ensemble ha mostrato un buon affiatamento, dando vita ad una prova di elevato livello, sicuramente in crescendo, legata a nostro avviso anche alle sostanziali differenze fra i brani proposti, in quanto se Haydn contribuì a porre le basi del quartetto, si deve ad autori quali Beethoven e Schubert il suo sviluppo verso picchi di assoluto valore.
Pubblico numeroso e partecipe, che ha applaudito a lungo i protagonisti di una serata di grande interesse, concepita per far comprendere, mediante alcuni esempi significativi, l’evoluzione di un genere cameristico, quello del quartetto, ancora oggi seguito ed apprezzato da gran parte degli appassionati.

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