Al Teatro Diana due giovanissimi talenti del pianoforte

Foto Max Cerrito

Il recente appuntamento della stagione “Diciassette & Trenta Classica”, svoltosi al Teatro Diana, ha messo in luce i fratelli Luciano e Daniele Boidi, 45 anni in due, confrontatisi con alcuni brani per pianoforte a quattro mani.
Il recital ha avuto inizio con i Six Morceaux, op. 11 di Sergej Rachmaninov (1873-1943), opera giovanile di raro ascolto, scritta nel 1894, dove sono presenti diversi echi della tradizione popolare russa, come nel movimento conclusivo, basato su un antico canto liturgico ortodosso, utilizzato anche da Musorgskij nel Boris Godunov.
Il pezzo successivo era costituito dal Poema Sinfonico n. 6 “Mazeppa” di Franz Liszt (1811-1886), che conobbe una serie di modifiche e venne affidato ad organici differenti, avendo come punto di partenza uno studio pianistico giovanile scritto nel 1827.
Mazeppa, ovvero Ivan Stepanovič Mazeppa (1639-1709), fu a capo dei cosacchi dell’Ucraina, con i quali compì svariate imprese eroiche al punto che lo zar Pietro il Grande lo nominò principe.
Le sue vicende vennero celebrate da vari scrittori, fra i quali Victor Hugo, in un suo breve componimento inserito nel libro Les Orientales (1828), preso come riferimento dal musicista ungherese.
Era quindi la volta de L’Enfant Prodigue, tratto dall’omonima cantata, grazie alla quale Claude Debussy (1862-1918) vinse nel 1884 il Prix de Rome, fresco di diploma e quindi ancora sotto l’influenza stilistica dei maestri francesi dell’Ottocento.
Il concerto proseguiva con la Rhapsody in Blue, probabilmente il brano più famoso di George Gershwin (1898-1937), scritto nel 1924 a seguito di una commissione di Paul Whiteman, a quei tempi direttore di una celebre orchestra di musica leggera.
La “prima” ebbe luogo alla Aeolian Hall di New York, nell’ambito di un concerto dedicato esclusivamente a brani di autori statunitensi e consisteva originariamente in una versione per pianoforte e jazz band, dove la parte solistica era interpretata da Gershwin, mentre quella affidata all’orchestra si avvaleva dell’arrangiamento del compositore Ferde Grofé, all’epoca stretto collaboratore di Whiteman.
Il successo ottenuto suggerì a Gershwin di affidare l’intera partitura allo strumento solista, secondo diverse combinazioni (pianoforte, pianoforte a quattro mani e due pianoforti).
Gran finale con la Rapsodia ungherese n. 2 in do diesis minore di Franz Liszt (1811-1886), sfruttata costantemente anche nell’accompagnamento dei cartoni animati, uno dei quali “The cat concerto”, avente Tom & Jerry come protagonisti, vinse nel 1947 l’Oscar per il miglior cortometraggio.
Pubblicata nel 1851 come composizione per pianoforte solo, la rapsodia conobbe poi un adattamento orchestrale dell’austriaco Doppler, approvato da Liszt, che a sua volta curò una trascrizione per pianoforte a quattro mani nel 1874.
Riguardo ai due giovanissimi protagonisti, li avevamo ascoltati singolarmente, in occasione del concerto conclusivo di una master, sempre a Napoli qualche anno fa, e ci avevano favorevolmente impressionato.
In duo appaiono ancora più interessanti, poiché riescono ad unire la loro bravura, creando ottime sinergie, basate su un repertorio, quello per pianoforte a quattro mani, che risulta più ampio di quanto si possa immaginare.
Pubblico numeroso, partecipe ed entusiasta, nel cui ambito erano presenti i soliti maleducati (pochi ma buoni), che lasciano i cellulari perennemente accesi, nonostante gli avvisi sonori curati dal teatro precedenti l’inizio di qualsiasi spettacolo.
Questa volta, poi, è stato raggiunto l’apice, grazie ad una signora che, una volta squillato il suo cellulare, ha pure risposto alla telefonata, rovinando così  l’atmosfera di un concerto comunque splendido dal punto di vista musicale.

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