Sabato 19 gennaio, nella chiesa della Graziella, la stagione del Centro di Musica da Camera CERSIM propone “Il Popolano Ostinato” con il gruppo Ai Vis lo Lop

Sabato 19 gennaio, presso la chiesa della Graziella (v. San Bartolomeo, 3), nell’ambito della stagione del Centro di Musica da Camera CERSIM, concerto di presentazione del disco “Il Popolano Ostinato” dell’ensemble Ai Vis lo Lop, formato da Alessandro de Carolis (flauti), Carmine Scialla (chitarra battente) e Antonino Anastasia (percussioni), edito da DA VINCI Publishing.

In programma musiche di Kircher, Falconieri, Uccellini, Merula, Negri, van Eyck
Il tema che lega l’interessante programma della serata è il dialogo e a volte l’osmosi presente nella musica antica fra elementi colti e popolari.
I ritmi e le affascinanti melodie di vari autori ci condurranno in un mondo fiabesco eppure estremamente realistico, reso più vivo dal grande talento dei tre giovani musicisti.

La serata avrà inizio alle ore 20.00, con una breve visita guidata allo storico monumento della Chiesa della Graziella sede nel ‘600 del celebre Teatro S. Bartolomeo.

Il concerto sarà introdotto dal critico Marco del Vaglio.

Contributo: 8 Euro
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Il Popolano Ostinato – Da Vinci Publishing

Questo non è un disco di musica antica o, almeno, non lo è secondo la tipica impostazione della ricerca e riproposizione filologica.
Vorremmo presentarlo piuttosto come un gioco, o un esperimento, legato ad un particolare concetto.
Il rapporto tra le musiche popolari e colte è sempre presente nella storia della musica occidentale; lo dimostra bene l’interesse di Athanasius Kircher, gesuita tedesco del XVII secolo, per le melodie officinali adottate in Puglia come antidoto al tarantismo, da lui trattato in Magnes sive de arte magnetica, Musurgia universalis e Phonurgia nova.
Il tema della tarantella, appunto, trattato dallo stesso Kircher e da Don Francisco Xavier Cid (Tarantismo observado en España) è amato ed elaborato dai compositori nel corso dei secoli (da Santiago de Murcia a Rossini a Stravinsky) e si sviluppa fino ai giorni nostri in ambito colto e popolare, in un continuo scambio di materiale melodico.
La Follia di Spagna e il Canario, due forme di danza in voga nelle corti europee tra il XVI e il XVIII secolo, sembrerebbero avere anch’esse una remota matrice popolare nella penisola iberica, codificandosi successivamente in ambito colto con precise formule melodiche e coreografiche, conosciute attraverso le opere dei maggiori maestri di ballo e nelle raccolte di danze del rinascimento e barocco (basti pensare a Le grazie dell’Amore, del coreografo Cesare Negri e al Terpsichore di Michael Praetorius).
Numerosi temi e danze di origine popolare, come abbiamo già detto, incontrano il gusto e l’interesse dei musicisti, divenendo il canovaccio per composizioni e virtuosistiche improvvisazioni: è il caso dei temi di Bergamasca, Ciaccona e della già citata follia, elaborati da Tarquinio Merula, Marco Uccellini, Andrea Falconieri e tanti altri compositori del primo seicento, ma anche di numerose altre melodie, amate dal pubblico come moderni standards e suonate da virtuosi e dilettanti, come nel caso di Paul’s Steeple, un tipico ground inglese trascritto nel The Division Flute (Walsh, 1706 ca.) e già contenuto, con il titolo The duke of Norfolk, nella raccolta The division Violin (1684) di John Playford.
L’ambiente colto sembra essere, insomma, in qualche modo interessato alle culture popolari, raramente lasciando trasparire un precoce interesse quasi “etnologico”; più spesso restando ammaliato dal sapore diverso, arcaico ed esotico di una cultura altra, stilizzandone i contenuti e stabilendone cliché, il più delle volte palesemente inventati. Nella Francia di Luigi XIV era di moda, a corte, la musette de cour, cornamusa dal suono dolce e dotata di un mantice (in alternativa al suono penetrante e al “rozzo” sistema di insufflazione tipico delle cornamuse popolari) che ben si prestava ad incarnare i topoi di un immaginario bucolico e pastorale tanto amato dai gentiluomini dell’epoca.
D’altro canto, anche le classi subalterne entrano in contatto con gli elementi tipici della classe dominante: il materiale musicale di una cultura egemonica viene ricevuto dai diversi ceti sociali che, se da un lato ne subiscono passivamente alcuni aspetti, dall’altro ne reinventano il carattere, la forma, i contenuti.
Occore in questo caso citare Charles Burney (1726 – 1814) che, nel suo Viaggio musicale in Italia, così scrive durante il suo soggiorno a Napoli: “Questa sera nelle strade due uomini cantavano alternandosi; una di queste ‘Canzoni’ napoletane era accompagnata da un violino e da un ‘calascione’. Il canto era rumoroso e volgare ma gli accompagnamenti erano ammirevoli e ben eseguiti. Le parti affidate al violino ed al ‘calascione’ accompagnavano senza sosta il canto con i suoi ritornelli. La modulazione mi sorprese assai: il passaggio dal la maggiore al do e al fa non era difficile nè nuovo; ma quello dal la con una terza maggiore al mi bemolle era sorprendente, tanto più che il ritorno alla tonalità primitiva era preparato così insensibilmente da non urtare l’orecchio e da non lasciar facilmente scoprire in quale modo vi si fosse tornati.
Nella moderna musica tradizionale irlandese gli strumenti tipici sono spesso una evoluzione di strumenti già utilizzati in ambito classico (come nel caso del fiddle e del flauto conico) e la uillean pipe conserva un mantice analogo alle musette delle corti francesi; allo stesso modo la chitarra battente, di probabile origine colta e seicentesca, sopravvive, qualche volta con sostanziali differenze organologiche, nei contesti popolari del sud Italia.
Lo stesso avviene con la musica, in un’osmosi dinamica e continua.
Il tema del disco è proprio questo: c’era, alcuni secoli prima di noi, una fruizione di materiale musicale colto al di fuori del suo contesto di riferimento? Sicuramente.
Quali caratteristiche avesse non possiamo dirlo con certezza, ma questa mancanza si traduce in una grande forma di libertà: quella di sperimentare nuove soluzioni musicali, immaginando un brando di Falconieri suonato da musicisti di tradizione orale, magari non istruiti alla pratica del basso continuo e reinterpretando le musiche della corte quasi come fossero state suonate al di fuori di essa, lontane dalle regole e dalle etichette dei nobili e dei gentiluomini e riproposte con l’energia, la vitalità, la libertà che contraddistingue tante musiche popolari dei giorni nostri e, forse, di allora.

Ensemble Ai Vis lo Lop

Alessandro de Carolis
flautista e polistrumentista, classe 1991, studia flauto dolce con Maria de Martini presso il conservatorio N. Sala di Benevento e flauto traverso con Giampiero Pannone e Sabrina Consoli, perfezionandosi con Han Tol, Dan Laurin, Federico Maria Sardelli e, per la musica medievale, con Goffredo Degli Esposti.
Musicista versatile e interessato allo studio di diversi generi musicali, ha approfondito lo studio del jazz, studiando privatamente con Enzo Nini e, da sempre appassionato di musica Irlandese, ha seguito seminari e masterclass di flauto irlandese e tin whistle.
Ha collaborato e collabora tuttora con diversi musicisti, tra cui ricordiamo Peppe Barra, Stefano Bollani, Daniele Sepe, Gianni Lamagna, Maria de Martini, Giorgio Sasso, Tommaso Rossi, Opc ft. Eugenio Bennato e Giovanni Mauriello, Rossini flute ensemble diretto da Romolo Balzani, suonando regolarmente in concerti, festival e rassegne in Italia e all’estero, con un repertorio che spazia dalla musica medievale, rinascimentale e barocca alla sperimentazione e alla world music.
Suona nell’ensemble di Peppe Barra, accompagnando l’attore partenopeo in spettacoli teatrali (Natalizia, Sogno di una notte incantata, con Teresa Del Vecchio e Patrizio Trampetti) e tournée concertistiche.
È laureando in archeologia e storia delle arti presso l’Università degli studi di Napoli Federico II.

Carmine Scialla
Carmine Scialla è un chitarrista casertano.
Dopo gli studi di chitarra classica con il M° Enzo Cioffi approfondisce la musica moderna con Ciro Manna, dedicandosi in parallelo allo studio della chitarra battente e del mandolino.
È fondatore dei Calatia, gruppo world music vincitore del concorso “Suonare al Folkest” e finalista del Premio “Andrea Parodi” di Cagliari.
Ha partecipato a vari festival in Italia e all’estero: Kaulonia Tarantella Festival (Reggio Calabria), Carpino Folk Festival (Carpino) Tarantella Power (Catanzaro), Notte della Tammorra (Napoli) Leuciana Festival (Caserta), Europe Day (Yerevan, Armenia).
Ha collaborato con numerosi musicisti del panorama world music tra cui OPC, Eugenio Bennato, Marcello Colasurdo, Giovanni Mauriello, Luca Rossi, Blue Stuff, Ar Meitheal.

Antonio Anastasia
Antonino Anastasia studia tamburi a cornice con Francesco Paolo Manna e lo zarb con il Mohssen Kassirosafar.
Fondatore del gruppo di musica popolare del sud Italia “Ars Nova Napoli” partecipa a numerosi festival di musica popolare ed etnica in Italia e in Europa: F.i.m.u. Festival (Belfort), Desfoca’t (Calaf), Neuchatel Buskers Festival.
Collabora con l’ensemble Evì Evàn, gruppo di musica rebetica greca, con cui ha suonato tra l’altro all’auditorium Parco Della Musica di Roma e, con ospite Moni Ovadia, alla rassegna concertistica Ethos.
Suona anche con la formazione Mescla, che si occupa di musica dell’est europeo, con cui ha effettuato concerti su territorio Italiano e ha collaborato con numerosi artisti partenopei.

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