Johann Sebastian Bach: “Suite francesi” trascritte per liuto

Nel 1721, quando Johann Sebastian Bach sposò in seconde nozze Anna Magdalena Wilcke, le regalò una raccolta di brani, fra i quali erano comprese quattro suite per clavicembalo.
Diversi anni dopo la morte di Bach, il critico tedesco Friedrich Wilhelm Marpurg raggruppò questi pezzi, aggiungendo altre due suite, create in tempi successivi dal compositore, sotto l’unico nome di “Suite francesi” (catalogate poi da Wolfgang Schmieder come BWV 812-817).
L’origine dell’appellativo non è mai stato chiarito appieno, ma venne avallato da Johann Nikolaus Forkel nella sua biografia di Bach, pubblicata nel 1802.
Riferendosi alla raccolta, il musicologo usò la frase “Vengono generalmente chiamate suite francesi perché sono state scritte secondo il gusto francese”, una lampante forzatura in quanto sapeva molto bene che lo stile adoperato era quello tipicamente italiano.
Recentemente la Stradivarius (casa distribuita da Milano Dischi) ha registrato una versione per liuto barocco delle quattro suite “nuziali”, curata ed eseguita da Paul Beier, statunitense che risiede attualmente a Milano, fra le massime autorità nell’ambito di questo strumento.
Senza entrare troppo nei particolari, per i quali si rimanda all’esauriente libretto di accompagnamento del disco, vanno comunque ricordate alcune scelte operate da Beier per rendere i brani quanto più fedeli all’originale.
Innanzitutto è stato utilizzato un liuto barocco a 13 cori (corrispondenti a una corda semplice e dodici corde doppie), fabbricato dal britannico Stephen Gottlieb, avendo come riferimento lo strumento nato dalla collaborazione fra il musicista Leopold Weiss ed il liutaio Thomas Edlinger, tedeschi e coevi di Bach.
Per quanto riguarda la problematica legata alla trasposizione su liuto di un brano clavicembalistico, Beier ha seguito le indicazioni contenute ne “Il Fronimo” di Vincenzo Galilei, compositore, teorico e virtuoso di grande fama, padre del più noto Galileo.
Oltre ai preziosi suggerimenti di natura tecnica, Galilei tenne a precisare, nel suo trattato, che una trascrizione avrebbe dato ottimi esiti solo entrando nella mente del compositore.
Il risultato complessivo, frutto di queste ed altre considerazioni, si concretizza in un disco di elevatissimo valore storico-musicale, che fa emergere l’assoluta bravura di Beier come interprete, evidenziando nel contempo la notevole duttilità legata a buona parte della produzione cameristica bachiana.

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