A “Miti di Musica” una rara ed intensa versione del “Sogno di una notte di mezza estate” di Mendelssohn

Foto Giancarlo de Luca

Nel 1826 Felix Mendelssohn-Bartholdy, appena diciassettenne, ebbe modo di leggere, su suggerimento di Goethe, la traduzione tedesca del “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare, curata da August Wilhelm Schlegel con il contributo di Ludwig Tieck.
La vicenda colpì a tal punto la sua fantasia giovanile da ispirargli lOuverture per orchestra Ein Sommernachtstraum, op. 21, che esordì in forma privata, nella trascrizione per pianoforte a quattro mani, eseguita dall’autore, insieme alla sorella Fanny nella sua residenza berlinese, per poi conoscere l’anno dopo la “prima” in pubblico allo Stadttheater di Stettino.
Si trattava di un pezzo che sintetizzava mirabilmente i diversi eventi, tutti a lieto fine, che si susseguivano e si intrecciavano nel capolavoro shakespeariano, avendo come luogo di elezione il bosco intorno ad Atene, dagli amori sofferti di tre coppie, alle disavventure degli attori di una scalcagnata compagnia amatoriale, le une e gli altri vittime inconsapevoli dei dispetti coniugali fra il re degli Elfi Oberon e sua moglie Titania, regina delle Fate.
Grazie a questo brano, caratterizzato da un incredibile maturità, Mendelssohn iniziò a farsi conoscere nell’ambiente musicale.
Non è quindi un caso che, nel 1842, il re Federico Guglielmo IV di Prussia si rivolgesse a lui per le musiche di scena dell’allestimento del “Sogno” al teatro di Potsdam, sotto la supervisione di Tieck.
Erano trascorsi quasi sedici anni, ma Mendelssohn, a ragione, riteneva l’Ouverture ancora valida, per cui si limitò a svilupparne le tematiche, dando vita a nove brani scritti ex-novo.
Il successo fu strepitoso e, periodo nazista a parte, durante il quale l’autore tedesco fu oscurato a causa delle origini ebree, le musiche di scena per il “Sogno di una notte di mezza estate” (catalogate come op. 61) hanno fortemente contribuito alla sua fama (in particolare, oltre l’Ouverture, si ricorda il famoso Notturno e l’ancor più celebre Marcia nuziale, tuttora costantemente eseguita durante i matrimoni).
Pochi sanno, però, che lo stesso Mendelssohn, così come per l’Ouverture del 1826, trascrisse l’intero spartito per pianoforte a quattro mani nel 1844.
Proprio tale versione è stata al centro del secondo appuntamento del ciclo “Miti di Musica”, organizzato dall’Associazione Alessandro Scarlatti, tenutosi nel Cortile delle Fontane del Museo Archeologico Nazionale.
Protagonisti della serata, Maria Libera Cerchia e Antonello Cannavale al pianoforte, e l’attore Enzo Salomone, voce recitante e curatore dei testi che riassumevano l’intricatissima vicenda legata al “Sogno” shakespeariano.
Preceduto dalla lettura del testo di Sofri “Se questo è un uomo nei ghetti d’Italia, celebrativo della Giornata Mondiale del Rifugiato, che cadeva il giorno precedente, occasione per un’iniziativa di accoglienza portata avanti dall’Associazione Antirazzista Interetnica 3 Febbraio, il concerto si è sviluppato alternando musica e testo in un crescendo di forti suggestioni.
Ad esse hanno contribuito, in uguale misura, l’elevatissimo valore del duo pianistico Cerchia-Cannavale e la estrema bravura di Enzo Salomone.
I primi, che hanno evidenziato un perfetto affiatamento, sono miracolosamente riusciti a far giungere ai presenti le minime sfumature di una eccezionale partitura, superando i problemi acustici piuttosto seri legati alla sede del concerto, ai quali si è cercato di ovviare posizionando strategicamente il pianoforte (ma è stata soprattutto la presenza fisica di un pubblico numerosissimo a migliorare di gran lunga l’insieme).
Da questo punto di vista Enzo Salomone, artefice di una interpretazione strepitosa, risultava maggiormente penalizzato, nonostante fosse munito di microfono (o forse proprio per questo), soprattutto quando dava vita ad alcuni simpatici siparietti, diversificando le voci dei vari personaggi, che purtroppo sono risultate spesso poco nitide e quindi scarsamente comprensibili.
Spettatori, come abbiamo accennato, tantissimi, nonché attenti e partecipi, che si sono prodotti in un lungo e scrosciante applauso soltanto alla fine del concerto, in modo da non interrompere la particolare atmosfera che si era progressivamente creata.
A tale proposito, il pericolo principale poteva essere rappresentato dal passaggio degli aerei che, fortunatamente, si è concentrato nei minuti iniziali, mentre problemi imprevisti sono invece arrivati dai gabbiani, che hanno fatto sentire spesso la loro stridula voce (ma considerando che l’azione della commedia si svolgeva in un bosco, la presenza di uccelli, almeno in parte, era tollerabile).
In conclusione uno spettacolo bellissimo, equilibrato e ricco di suggestioni, che ci auguriamo non rimanga un unicum, legato a questo ciclo, ma possa essere riproposto quanto prima.

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