Ai “Concerti in Villa Floridiana” la lezione beethoveniana di Letizia Michielon

Il penultimo appuntamento dei “Concerti in Villa Floridiana”, rassegna organizzata dall’Associazione Musicale Golfo Mistico, in collaborazione con il Polo Museale della Campania, ha ospitato la pianista Letizia Michielon che ha eseguito le tre Sonate op. 31 di Ludwig van Beethoven (1770-1827).
La storia di questo trittico, nel suo complesso pieno di spunti innovativi, che si situa a ridosso del cosiddetto “periodo di mezzo” (secondo una suddivisione proposta dallo scrittore tedesco Wilhelm von Lenz), risulta piuttosto particolare, per il modo in cui vide la luce e per la sua collocazione nell’ambito delle vicende umane di Beethoven.
A commissionare i tre brani, sborsando una somma pari a 100 ducati, fu l’editore di Zurigo Hans Georg Nägeli, che curava una collana intitolata “Répertoire des Clavecinistes”.
I prime due (rispettivamente in sol maggiore e in re minore) furono pubblicati nel 1803, ma quando Beethoven ebbe fra le mani la versione definitiva, andò su tutte le furie perché Nägeli, non solo si era guardato bene dall’inviare le bozze per eventuali correzioni (e gli errori risultavano oltremodo numerosi), ma in certi casi aveva anche aggiunto note secondo gusti e convinzioni personali.
Fu così che il musicista decise di affidare al concittadino Nikolaus Simrock, una ristampa, accompagnata sul frontespizio dalla dicitura “Edition très correcte”.
Stessa sorte toccò anche alla terza sonata, in mi bemolle maggiore, che nel 1804 conobbe una doppia pubblicazione, con una distanza di pochi mesi fra l’edizione svizzera e quella tedesca, mentre sempre Simrock, nel 1805, racchiuse in un’unica raccolta i tre pezzi.
Passando brevemente in rassegna i tre brani, la Sonata in sol maggiore op. 31, n. 1 non ha goduto mai degli stessi favori delle altre due, ma risulta comunque interessante per la vena umoristica che la attraversa, con passaggi che spesso ironizzano sia sul belcantismo italiano (reminiscenza degli studi portati avanti con Salieri), sia sui lieder tedeschi.
La Sonata in re minore op. 31, n. 2 è sicuramente la più nota fra le tre, e per un lungo periodo, venne contraddistinta da due appellativi, “La Tragica” e “La Tempesta”.
Il primo si basava sul fatto che nel 1802, anno di completamento del brano, Beethoven si era reso conto del progressivo aumento della sua sordità, che lo stava isolando dal resto del mondo.
Fu questo lo spunto per una accorata lettera, conosciuta oggi come “Testamento di Heiligenstadt”, indirizzata ai fratelli Kaspar e Johann, ma mai spedita, e scoperta solo postuma, nella quale descriveva il forte senso di disagio e di angoscia, provocatogli da una menomazione che lo aveva spinto sull’orlo del suicidio.
Il soprannome “La Tempesta” deriva invece da una risposta di Beethoven ad Anton Schindler, musicista e suo primo biografo che, chiesti lumi sul significato del brano, fu indirizzato (non si sa quanto seriamente) verso l’omonimo capolavoro di Shakespeare.
La Sonata in mi bemolle maggiore op. 31, n. 3 è stata invece ribattezzata “La caccia”, poiché nel movimento conclusivo Beethoven inserì delle note che ricordavano il richiamo dei corni durante una battuta.
Inoltre va sottolineato come il brano sia privo di tempi lenti (ma anche nelle prime due sonate si respira un’aria di grande serenità), particolare che, alla luce di quanto abbiamo detto in precedenza, riguardo allo stato di grande prostrazione in cui versava Beethoven, appare un forte controsenso.
Difficile fornire una spiegazione, ma forse Haydn, che in modo abbastanza discontinuo gli impartì una serie di lezioni, ci può venire in soccorso, se è vero che durante una conversazione avrebbe detto al suo giovane allievo: “…voi mi avete dato l’impressione di essere un uomo con molte teste, molti cuori, molte anime”.
Da quanto descritto finora, si deduce come l’op. 31 sia ricca di temi molto piacevoli, che non devono però far passare in secondo piano una complessità di fondo ed una ricerca di nuove soluzioni da parte di Beethoven, iniziata proprio nel periodo durante il quale si accingeva a completare le tre sonate in oggetto.
Questo ci fa comprendere le difficoltà legate all’esecuzione di brani che, paragonati alla produzione coeva, possono essere considerati “sperimentali” e abbisognano quindi di interpreti bravi, sensibili e con una grande esperienza alle spalle.
Tutte peculiarità che Letizia Michielon possiede, frutto di un talento naturale abbinato a studi rigorosi ma non rigidi, che ha avuto la fortuna di nascere quando il pianismo non era ancora stato colonizzato da dattilografi e centometristi (con tutto il rispetto per queste due categorie), ma suonare senza errori le note scritte sullo spartito era solo una delle qualità richieste ad un pianista in carriera.
E’ sicuramente questo il motivo per cui, artisti come la Michielon, sono in grado di trasmettere emozioni che qualsiasi spettatore, esperto o meno, riesce a percepire.
Non è quindi un caso che un recital corposo, che necessitava di grande attenzione, sia stato seguito quasi in religioso silenzio con applausi finali e insistente richiesta di bis.
E, dopo tanto Beethoven, la Michielon ha voluto accomiatarsi con due cammei chopiniani, consistenti in una Mazurka, dall’op. 17, e nel Valzer in la bemolle maggiore op. 42, accontentando così, a chiusura di uno splendido concerto, anche i numerosi appassionati del musicista polacco presenti in mezzo al pubblico.

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