Ai “Concerti in Villa Floridiana” un ottimo trio Kubrick si confronta con Haydn e Beethoven

Il quarto appuntamento della settima edizione dei “Concerti in Villa Floridiana”, rassegna organizzata dall’Associazione Musicale Golfo Mistico, in collaborazione con il Polo Museale della Campania, ha ospitato il Trio Kubrick, formato da Lorenzo Ceriani (violoncello), Salvatore Lombardo (violino) e Giacomo Serra (pianoforte).
Due i brani in programma, eseguiti nel prestigioso Salone delle Feste del Museo Duca di Martina, il Trio in sol maggiore Hob. XV:25, op. 82 n. 2, di Franz Joseph Haydn (1732-1809) ed il Trio in si bemolle maggiore n. 7, op. 97 “L’Arciduca” di Ludwig van Beethoven (1770-1827).
Il primo risale al 1795 e venne composto a Londra, durante uno dei lunghi e proficui soggiorni dell’autore austriaco che, nel 1790 aveva concluso la quasi trentennale collaborazione con i principi Esterházy.
L’op. 82 comprendeva un trittico, dedicato alla britannica Rebecca Scott Schroeter, vedova del musicista Johann Samuel Schroeter e pianista dilettante, alunna londinese di Haydn, con la quale il compositore ebbe molto presumibilmente una relazione.
Il pezzo è noto anche con il soprannome di “Gipsy Trio” in quanto il terzo ed ultimo movimento (“Rondo a l’ongarese”), è basato su ritmi della tradizione gitana, che Haydn aveva spesso ascoltato dai musicisti ambulanti di passaggio ad Eisenstadt e a Fertőd, situate rispettivamente in Austria (al confine con l’Ungheria), e in Ungheria, entrambe sedi  di una lussuosa dimora della famiglia Esterházy.
Dal canto suo il Trio in si bemolle maggiore op. 97 va annoverato fra i capolavori assoluti della letteratura cameristica di tutti i tempi, al punto che Wilhelm von Lenz, nella sua biografia “Beethoven e i suoi tre stili” (1852), scriveva a riguardo del brano: “È il miracolo della musica d’assieme per piano, una di quelle creazioni complete che appaiono nell’arte di secolo in secolo
La composizione è caratterizzata da una struttura equilibrata che considera i tre strumenti su un piano paritario, e dalla presenza del movimento veloce (scherzo), in seconda anziché in terza posizione.
Il brano è conosciuto anche come “Trio dell’Arciduca”, poiché fu dedicato all’arciduca Rodolfo d’Asburgo, allievo, amico e mecenate di Beethoven, fratello minore dell’imperatore.
Completato nel 1811, appartiene alla produzione del cosiddetto “periodo di mezzo” (secondo la suddivisione del già citato von Lenz), ma esordì in pubblico solo nel 1814, in un concerto di beneficenza al quale presero parte Ignaz Schuppanzig al violino, Joseph Linke al violoncello e Beethoven in persona al pianoforte.
Si trattò dell’ultima apparizione pubblica del gigante di Bonn come interprete, avendo la sua sordità raggiunto una forma molto avanzata e, dall’impietoso resoconto di Spohr, presente a quella serata, apprendiamo che “…nei passaggi in forte il povero sordo picchiava sui tasti finché le corde emettevano suoni stridenti, mentre nei passaggi in piano suonava così delicatamente da omettere interi gruppi di note, tanto che la musica risultava inintelliggibile”.
Veniamo, ora, ai tre interpreti della mattinata, Lorenzo Ceriani (violoncello), Salvatore Lombardo (violino) e Giacomo Serra (pianoforte), che hanno evidenziato un perfetto affiatamento e grande bravura anche come singoli solisti, grazie ad un suono particolarmente nitido e ricco di sfumature, dando lustro a due pagine molto interessanti della letteratura cameristica (la seconda può essere considerata un vero e proprio capolavoro).
Pubblico numeroso ed entusiasta, che ha lungamente applaudito gli esecutori, ottenendo come bis la riproposizione del “Rondo a l’ongarese”, apparsa la maniera migliore per chiudere con brio la mattinata.

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