“Suoni in Basilica” propone una suggestiva panoramica della Napoli Barocca

Il ciclo “Suoni in Basilica” – I concerti della Sacrestia Papale, inserito come evento iniziale della XVII edizione di Convivio Armonico di Area Arte, ha ospitato una panoramica dedicata alla musica barocca napoletana.
Nella Basilica Reale Pontificia di San Francesco di Paola, l’Ensemble “Le Musiche da Camera” si è confrontato con un repertorio compreso fra la seconda metà del Seicento alla fine del Settecento.
In apertura abbiamo ascoltato “Ave Maris Stella” di Cristofaro Caresana (ca. 1640-1709), nato a Venezia, ma giunto appena diciannovenne a Napoli, dove ricoprì numerosi incarichi, fra i quali quello di direttore del Conservatorio di Sant’Onofrio a Porta Capuana.
Il brano, affidato al violino ed al flauto, era eseguito dai due solisti, posizionati in angoli opposti per sfruttare le particolare sonorità della sacrestia.
A seguire sono stati proposti il Brando “Il Spiritello” ed il Brando Dicho “El Melo”.
Esempi entrambi di una danza medievale (branle) nata in Francia tra il XV ed il XVI secolo, facevano parte del Primo libro di canzone, sinfonie, fantasie, ecc. di Andrea Falconiero (1585-1656), pubblicato a Napoli nel 1650, quando il musicista era Maestro della Real Cappella.
Il successivo Divertimento in re maggiore a flauto, violini e basso di Giovanni Angrisani, portava alla ribalta un’interessante compositore del XVIII secolo la cui biografia è ancora avvolta nel mistero.
Sicuramente più famoso il napoletano Francesco Mancini (1672-1737), allievo di Provenzale al Conservatorio della Pietà de’ Turchini, che ha lasciato una vasta produzione sacra e profana, alla quale apparteneva la cantata a voce sola di soprano con strumenti “Quanto è dolce quell’ardore”.
Toccava quindi all’aria a voce sola con strumenti “T’aggio voluto bene”, del barese Gaetano Latilla (1711–1788), allievo del Conservatorio di Sant’Onofrio a Porta Capuana, attivo fra Roma e Venezia, che tornò a Napoli nell’ultimo periodo della sua vita.
Altro musicista, oggi completamente sconosciuto, il lucano Carlo Cecere (1706-1761), autore del Divertimento in re maggiore a flauto, violino e basso.
Attualmente è ricordato, soltanto fra gli addetti ai lavori, per l’opera buffa “La tavernola abentorosa”, su testi che furono poco graditi alle autorità religiose, perché mettevano alla berlina la vita monastica, al punto che il librettista Pietro Trinchera fu costretto a rifugiarsi nella chiesa del Carmine per evitare l’arresto.
Era poi la volta dell’Aria amorosa a violino e basso di Nicola Matteis, nato a Napoli intorno al 1640, che si spostò nel 1670 a Londra.
Tutte le notizie che lo riguardano sono di fonte inglese e spesso piuttosto confuse, soprattutto quando approfondiscono la vita privata.
Per quanto riguarda la sua produzione, sono giunte fino a noi quattro raccolte, pubblicate a Londra fra il 1676 ed il 1687, dal titolo Ayres for the Violin, rivolte a dilettanti e professionisti, e corredate da numerosi suggerimenti, che risultano fondamentali per comprendere le tecniche esecutive dell’epoca.
Chiusura con un’incursione extra partenopea nel segno di Georg Friedrich Händel (1685-1759), con le celeberrime arie “Ombra mai fu” (da “Serse”) e “Lascia ch’io pianga” (da “Rinaldo”) e con il duetto “Son nata a lagrimar” dal “Giulio Cesare”.
Uno sguardo ora sui componenti dell’Ensemble “Le Musiche da Camera”, , iniziando da Francesco Divito (soprano) e Rosa Montano (mezzosoprano), interpreti molto bravi e dalla notevole presenza scenica, alternatisi nell’interpretazione dei diversi brani, fino all’intenso duetto conclusivo.
La parte strumentale era invece affidata a Egidio Mastrominico (violino di concerto e curatore delle trascrizioni moderne dei pezzi di Mancini e Latilla), Leonardo Massa (violoncello) e Debora Capitanio (clavicembalo), che hanno evidenziato un perfetto affiatamento, supportando nel migliore dei modi anche i due cantanti.
Va ricordata, infine, Renata Cataldi, ottima solista al traversiere nelle composizioni di Angrisani e Cecere, delle quali ha anche curato la trascrizione moderna.
Pubblico numeroso, partecipe ed entusiasta, che ha applaudito a lungo i protagonisti, suggellando una serata che è riuscita a fornire un’idea del patrimonio barocco napoletano, in gran parte ancora da scoprire, grazie ad una compagine di grande esperienza, giunta recentemente al traguardo dei 25 anni di attività.

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