Al Festival Barocco Napoletano l’ensemble “Gli Otiosi” si confronta con un repertorio poco eseguito

Foto Angela Bosco

I mutamenti sociali avvenuti verso la fine del Settecento, favorirono l’emergere di una nuova classe benestante, che si affiancò alla aristocrazia, in parte condividendone vizi e virtù.
Fra queste ultime va annoverata la voglia di imparare a suonare uno strumento, allo scopo di condividere fra componenti della medesima famiglia, o fra un ristretto numero di amici, il piacere di fare musica insieme.
In tale periodo si diffuse una formazione avente come base il quartetto per archi, dove il primo violino era sostituito dal flauto, e questo particolare organico conobbe una notevole produzione, dal valore non sempre eccelso, nell’ambito della quale vi sono comunque numerose eccezioni.
Alcuni interessanti esempi, di un repertorio oggi comunque poco frequentato, sono stati al centro del penultimo appuntamento con il Festival Barocco Napoletano, che ha ospitato, nella prestigiosa Sala del Toro Farnese del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, l’ensemble “Gli Otiosi”, formato da Alessandra Castellano (flauto), Giuseppe Guida (violino), Paola Emanuele (viola) e Manuela Albano (violoncello).
Il concerto è iniziato con il Quartetto V in re maggiore per flauto e archi, dai Sei quartetti per flauto op. 4 di Federigo Fiorillo (1755-1823).
Nato a Brunswick in Germania, dove il padre Ignazio, napoletano, trascorse l’ultima parte della sua carriera, Fiorillo fu abbastanza noto in Europa come strumentista (suonava violino, viola e mandolino) e come compositore (a lui si devono una raccolta di 36 studi o capricci per violino solo e 72 esercizi per arpa).
Riguardo ai sei quartetti, ne esistono due edizioni praticamente identiche, con la prima, risalente agli inizi degli anni novanta del Settecento (ma manca la datazione precisa), stampata a Parigi da Sieber come op. IV, mentre la seconda venne pubblicata a Berlino da Hummel nel 1798, contrassegnata come op. VII.
Il successivo Divertimento in si bemolle maggiore Hob.V:8 per violino, viola e violoncello, brano giovanile di Franz Joseph Haydn (1732-1809), si distaccava dal filone principale del programma proposto, ma risultava di grande interesse, in quanto considerato il primo esempio di trio concepito espressamente per un organico, che sarebbe poi diventato un classico della letteratura cameristica.
Da notare, al proposito, l’uso del termine divertimento, poiché all’epoca ci si riferiva maggiormente alla destinazione della musica che al numero di strumenti utilizzati nell’occasione.
Così anche Giovanni Paisiello (1740-1816) definì divertimento il Quartetto II per flauto ed archi, ascoltato dopo il pezzo di Haydn, tratto dai sei che costituiscono l’op. 23.
A tale proposito, l’attribuzione non è ancora unanimemente riconosciuta, ma recenti studi, dai quali si evince una forte presenza a Napoli di flautisti e di costruttori di flauto alla fine del Settecento, tendono a rafforzare l’ipotesi che la raccolta sia stata scritta effettivamente dal grande compositore pugliese.
Chiusura dedicata al Quartetto in sol maggiore K 285b di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791), frutto di una commissione ricevuta dal flautista dilettante olandese Ferdinand De Jean, soprannominato “l’indiano”, che gli fu presentato da Johann Baptiste Wendling, flautista dell’Orchestra di Mannheim.
Si trattava di una richiesta relativa a “tre piccoli, facili e brevi concerti, oltre a un paio di quartetti con flauto”, come scrisse il genio di Salisburgo in una lettera al padre, per un compenso totale di 200 fiorini.
In realtà Mozart fu pagato poco meno della metà dell’importo pattuito (96 fiorini), probabilmente perché non portò a termine il suo compito nei tempi prefissati, ma si può anche supporre che De Jean considerasse i pezzi composti per lui troppo difficili da eseguire.
Uno sguardo, ora, ai quattro interpreti, Alessandra Castellano (flauto), Giuseppe Guida (violino), Paola Emanuele (viola) e Manuela Albano (violoncello), bravi singolarmente e molto affiatati fra loro, che hanno dato vita ad un’esibizione di elevato spessore, caratterizzata da un programma particolarmente interessante, graditissimo da parte del numeroso pubblico presente, che ha applaudito lungamente e con grande entusiasmo i protagonisti.
Non poteva mancare un bis, e “Gli Otiosi” si sono congedati con un altro brano di raro ascolto, tratto dall’arrangiamento per flauto ed archi del “Flauto Magico”, curato nel 1793 dal tedesco Franz Heinrich Ehrenfried, degna conclusione di un bellissimo concerto.

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