Grande successo per il Quartetto Core al Circolo Ufficiali della Marina Militare di Napoli

Tra le rassegne che ultimamente arricchiscono la programmazione culturale della città di Napoli rappresenta per tutti gli addetti ai lavori una piacevole sorpresa quella organizzata dal Duo Ganzerli – Arciprete nella suggestiva cornice del salone del circolo ufficiali della Marina Militare.
La rassegna musicale, giunta quest’anno alla seconda edizione, è volta ad un pubblico ben selezionato ed ha lo scopo non secondario di segnalare e lanciare i nuovi talenti musicali del capoluogo partenopeo.
In tale contesto abbiamo potuto apprezzare lo scorso venerdì i giovani musicisti del quartetto d’archi Core, impegnati per il loro debutto in due lavori di non facile esecuzione e cioè il Quartetto in do maggiore op. 33, n. 3 “The Byrd” di F. J. Haydn ed il Quartetto in sol minore op. 10 di Claude Debussy, due pilastri nella storia musicale di questa forma e del linguaggio stesso della musica in occidente.
Il quartetto di Haydn , opera nota ma sempre di gradevole ascolto, strutturalmente si muove nel segno della tradizione compositiva del grande musicista austriaco, dettando le leggi per una forma musicale che fu certamente cameristica ma di vasto respiro e diede impulso allo sviluppo della scrittura per archi anche in ambito orchestrale oltre a rappresentare un modello imprescindibile a cui lo stesso Mozart fu costretto a guardare con riverenza filiale e sincera ammirazione.
L’ensemble apre il concerto proprio con Haydn , dando la sensazione di aver già alle prime prove un suono d’assieme avvolgente e ben calibrato che francamente è raro ascoltare oggigiorno nelle sale di concerto ed in più punti attira l’attenzione dei presenti sia per la gestione dei fraseggi contrappuntistici non di rado efficacemente resi, che per il vivace incedere ritmico degli attacchi e dei suoni pizzicati.
L’opera strutturata nei canonici quattro movimenti si chiude con la luminosa gaiezza del presto che strappa un applauso sincero e ben meritato al pubblico in sala .
Ciò che ha attirato però la nostra attenzione è l’ottima esecuzione del Quartetto in sol minore di Debussy, non tanto per la perfezione di una esecuzione che sicuramente nel tempo è ancora da migliorare ma per l’afflato musicale così spontaneo e ben ricercato con cui il quartetto Core è riuscito a rendere il melos debussyano e la ricercatezza della dimensione timbrica che pur in una scrittura quartettistica per il compositore francese era sempre assoluta.
Il succedersi degli accordi arcaicizzanti , il contrappunto comunque presente nel dialogare delle quattro voci , per quanto dissimulato in una visione estetica “fin de siècle”, fanno di questo lavoro una composizione di rara bellezza, tutt’altro che facile tanto per la scrittura violinistica quanto per alcune decisioni interpretative da stabilire in fase di lettura del pezzo.
I movimenti che si succedono in modo fluido nella cornice della forma, cercano un legame col modello settecentesco per quanto la particolarità della scrittura di Debussy inceda spesso verso moduli apparentemente ripetitivi, con una scrittura minimalista ante litteram, fusa ad un mondo sonoro ricco di dissonanze ma sempre cangiante, desideroso della luce e del mistero allo stesso tempo.
In sostanza il gruppo formato da Irene Vanacore (primo violino), Fabio Cangero (secondo violino), Roberto Bianco (viola) e Andrea D’Angelo ( violoncello), si è dimostrato un quartetto ben affiatato e molto promettente, frutto di una “scuola napoletana” che per quanto poco sostenuta dalle istituzioni è ben lungi dallo spegnersi, anzi dimostra nella musica di questi giovani diplomati del Conservatorio di S. Pietro a Maiella una chiara volontà di riaffermarsi a livello internazionale.
Il pubblico ha applaudito a più riprese i musicisti costringendoli ad un bis che ha spiazzato tutti, il quartetto ha infatti eseguito un “pot- pourri” di arie note al grande pubblico e temi da colonne sonore lasciando ai presenti il ricordo di una serata sicuramente piacevole, ma nel segno di un’idea del bello e della musica come gesto e comunicazione, quale è difficile da riscontrare tutt’oggi.

(articolo a cura del Maestro Ferdinando de Martino)

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