Il Festival Barocco Napoletano propone un omaggio al repertorio dei cantanti castrati

Negli anni ’90, il film “Farinelli-Voce Regina” del regista belga Gérard Corbiau, dedicato alla vita di Carlo Broschi, seppur ricco di inesattezze, ravvivò l’interesse del pubblico nei confronti di un fenomeno, quello dei cantanti castrati, che ebbe la sua massima espansione durante l’epoca barocca.
Da quel momento si sono moltiplicati sia gli studi sull’argomento, che i dischi rivolti a opere o brani d’opera, concepiti per questi particolari artisti, dotati di un’estensione vocale fuori dal comune.
Anche il Festival Barocco Napoletano, che ha luogo nella Sala del Toro Farnese del Museo Archeologico Nazionale, ha voluto affrontare tale interessante tematica, proponendo un concerto dal titolo “Il canto sublime – Viaggio intorno a Farinelli”, affidato all’Ensemble barocco Accademia Reale, formato per l’occasione da Sabrina Santoro (soprano), Marina Esposito (mezzosoprano), Giovanni Borrelli (violino barocco di concerto), Isabella Parmiciano (violino barocco), Carmine Matino (viola barocca), Francesco Scalzo (violoncello barocco), Michele Del Canto (contrabbasso) e Tina Soldi (spinetta),
Il programma si è aperto con l’ouverture e l’aria “Va Tacito e nascosto”, dal “Giulio Cesare in Egitto” HWV 17 di Georg Friedrich Händel (1685-1759), su libretto di Nicola Francesco Haym, che esordì a Londra nel 1724, riscuotendo grande successo.
Alla “prima” i ruoli dei due personaggi principali, Giulio Cesare e Cleopatra, vennero ricoperti rispettivamente dal famoso castrato Francesco Bernardi, soprannominato “Senesino” per le sue origini, e dall’altrettanto noto soprano Francesca Cuzzoni.
La successiva “Ombra cara”, aria di Emilia, tratta da “Catone in Utica” di Leonardo Leo (1694-1744), pugliese trapiantato a Napoli, portava alla ribalta anche uno dei più grandi poeti e librettisti di tuti i tempi, Pietro Metastasio.
Relativamente a tale testo, esso esordì durante il periodo carnevalizio al Teatro delle Dame di Roma nel 1728, musicato da Leonardo Vinci, ma non incontrò i favori del pubblico a causa del suo tragico finale (il protagonista si suicidava nella scena conclusiva), diventando subito oggetto di versi satirici che fecero il giro della città.
Metastasio, colpito dalle critiche, decise allora di dare alla storia un finale meno violento, che si limitava alla narrazione degli ultimi momenti di vita di Catone da parte della figlia Marzia.
Questa nuova versione venne riproposta con discreto successo l’anno dopo, al Teatro di San Giovanni Grisostomo di Venezia, sempre durante il Carnevale, avvalendosi stavolta delle musiche di Leonardo Leo e, da quel momento il soggetto fu al centro di quasi una trentina di opere settecentesche di autori famosi come Hasse, Haendel, Jommelli, Paisiello, Vivaldi o praticamente sconosciuti quali Torre, von Winter e Nasolini.
Il concerto proseguiva con la Sinfonia dal III atto e il duetto di Clotilde e Adolfo, da “Faramondo” HWV 39 di Haendel, opera basata sul libretto di Apostolo Zeno, che descriveva le vicende legate al primo re dei Franchi.
Il testo era già stato utilizzato da Pollarolo a Venezia (1698), da Porpora a Napoli (1719) e da Gasparini a Roma (1720).
A quest’ultima versione, apportando comunque notevoli tagli, si ispirò Haendel per il suo allestimento, che esordì al King’s Theatre di Londra nel 1738, con Gaetano Majorano, detto “Caffarelli” (altro castrato di notevole fama) nel ruolo del personaggio principale.
Il lavoro ebbe appena otto repliche e fu ripreso solo due secoli e mezzo dopo.
Era quindi la volta di “Ombra fedele anch’io”, una delle arie che Riccardo Broschi (1698-1756) scrisse per il fratello Carlo, affidandogli il ruolo di Dario, nell’opera “Idaspe”, ambientata in Persia.
Dopo tanti brani concepiti per celebrare la vocalità virtuosistica dei castrati, è stato proposto anche un pezzo scritto per soprano l’aria di Tamiri “Che quel cor”, dalla “Semiramide riconosciuta” di Niccolò Porpora (1686 -1768), interpretata al suo esordio, al Teatro San Giovanni Gristostomo di Venezia nel 1729, da Anna Negri, detta “la Mestrina”.
L’opera, anch’essa su libretto di Metastasio, era formata da un cast che comprendeva ben tre castrati: Caffarelli, Nicolò Grimaldi (“Nicolini”) e Domenico Gizzi.
Il concerto si chiudeva nel segno del “Rinaldo” HWV 7 di Haendel, dal quale erano tratti la Sinfonia del primo atto, la celeberrima “Lascia ch’io pianga” (aria di Almirena), “Furie terribili! Circondatemi” (aria di Armida) e il duetto di Almirena e Rinaldo “Scherzano sul tuo volto”.
Si tratta della prima opera di Händel su libretto italiano, curato da Giacomo Rossi, che tradusse una vicenda ideata da Aaron Hill, la cui trama si ispirava a eventi della “Gerusalemme Liberata” di Tasso.
Poiché Hill era anche direttore del Queen’s Theatre di Londra, il lavoro ebbe lì la “prima” nel 1711, con il già citato Nicolò Grimaldi, nei panni del personaggio principale.
Come si può comprendere da questa descrizione, il programma proposto risultava di grande interesse, ed ha permesso alle due soliste, Sabrina Santoro (soprano) e Marina Esposito (mezzosoprano), di evidenziare la loro bravura, sottolineata da voci di notevole spessore e brillantezza, abbinate ad un’ intensa interpretazione.
Buona anche la prova dell’Ensemble Accademia Reale, che ha supportato nel modo migliore le due cantanti, contribuendo all’ottima riuscita del concerto, davanti ad un pubblico molto numeroso, a conferma di una passione per la musica barocca ancora oggi vivissima.

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