Il Trio di Parma e il cornista Guglielmo Pellarin completano con uno splendido concerto l’integrale dei trii brahmsiani

Foto Max Cerrito

Il recente concerto della stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti, tenutosi al Teatro Sannazaro, ha segnato il gradito ritorno del Trio di Parma che, insieme al cornista Guglielmo Pellarin, ha completato il ciclo iniziato la scorsa stagione relativo all’integrale dei trii di Brahms.
In programma il Trio in si maggiore per pianoforte, violino e violoncello op. 8 ed il Trio in mi bemolle maggiore per pianoforte, violino e corno op. 40, eseguiti rispettivamente nella prima e nella seconda parte.
Il Trio op. 8 risulta il primo lavoro cameristico “ufficiale” di Johannes Brahms (1833-1897), probabilmente preceduto da abbozzi oggi perduti o partiture distrutte dall’autore.
Forse proprio per questo ha avuto una genesi molto particolare, che parte dal periodo 1853-54 e arriva intorno al 1889.
In effetti, appena completato, conobbe una “prima” americana nel novembre del 1855 ed una europea nel dicembre dello stesso anno, con Clara Schumann al pianoforte, salutate da un discreto successo.
Ma circa 35 anni dopo, quando l’editore Simrock acquisì dalla Breitkopf & Härtel i diritti delle opere giovanili di Brahms, l’autore in persona decise di sottoporlo ad un discreto snellimento, e al proposito, in una lettera destinata all’amico Otto Grimm nel 1890, affermava di “non avergli messo una parrucca, ma di averlo solo pettinato e di avergli ravviato un po’ i capelli”.
In realtà il taglio fu piuttosto incisivo, in quanto eliminò inutili difficoltà esecutive e numerose ridondanze, il che provocò una certa divisione di opinioni nell’ambito delle sue amicizie musicali (con Clara Schumann e Hans von Bülow nettamente favorevoli alla nuova versione ed altri, fra i quali gli Herzogenberg, decisamente contrari).
Fatto sta che la revisione del 1889 è quella ormai di uso comune, anche perché Brahms fu in grado di mantenere quasi inalterati l’impeto e la freschezza giovanili, mediandoli con uno stile ormai maturo.
Sicuramente meno complessa la gestazione del Trio in mi bemolle maggiore per pianoforte, violino e corno op. 40, caratterizzato da un organico insolito, dove il corno naturale, strumento che Brahms amava molto e che aveva anche suonato, sostituiva il violoncello.
L’ispirazione per tale brano sarebbe nata, a dire dell’autore, nell’estate del 1864, durante una passeggiata nei boschi della Foresta Nera vicino Baden-Baden ed il suo completamento, nella primavera successiva, coincise con un periodo funestato dal grave lutto per la perdita della madre.
L’esordio di questo particolarissimo pezzo avvenne nel novembre 1865 a Zurigo con Brahms al pianoforte e, qualche giorno dopo, sempre il compositore, insieme a due musicisti dell’orchesta del Granducato, lo ripropose a Karlsruhe.
La composizione venne poi eseguita a Lipsia e Vienna negli anni successivi, ma non colpì mai particolarmente il pubblico ed inoltre Brahms, imponendo l’utilizzo del corno naturale, molto più difficile da suonare rispetto al corno con i pistoni, all’epoca già abbastanza diffuso, finì per rendere il tutto ancora più complicato.
Veniamo ora ai protagonisti, a cominciare dal Trio di Parma, nato nel 1990 e costituito da Ivan Rabaglia (violino), Enrico Bronzi (violoncello) e Alberto Miodini (pianoforte), che ha disegnato un Trio op. 8 di rara bellezza, evidenziando una compattezza ed un affiatamento eccezionali, abbinati ad una raffinatezza e sensibilità elevatissime.
Ottima anche la prova del cornista Guglielmo Pellarin, che ha saputo svolgere al meglio il compito di raccordo fra violino e pianoforte assegnatogli dalla partitura, inserendosi alla perfezione nel rodatissimo meccanismo dei due componenti del trio.
Pubblico entusiasta ma meno numeroso di quanto ci si potesse attendere, a causa di una serata piuttosto gelida, e bis molto originale, consistente nel terzo movimento della Sinfonia n. 3 in fa maggiore op. 90 (naturalmente di Brahms), adattato dal Trio di Parma per un quartetto formato da corno, violino, violoncello e pianoforte, eseguito con estrema classe, che permetteva ai protagonisti di essere contemporaneamente sul palcoscenico e chiudere degnamente insieme una serata di grande musica.

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