Violoncello superstar al Festival Barocco Napoletano

Il recente appuntamento con la II edizione del Festival Barocco Napoletano, svoltosi nella suggestiva sala del Toro Farnese del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ha ospitato la violoncellista di fama internazionale Rebeca Ferri.
Il programma era rivolto agli albori della letteratura dedicata al violoncello solista, che corrispondeva al periodo compreso fra la fine del Seicento e la prima metà del Settecento, durante il quale lo strumento era ancora utilizzato prevalentemente come accompagnatore.
Il concerto si apriva con il Ricercar n. 7 a violoncello solo, dalla raccolta Ricercari, canone e sonate per violoncello, risalente al 1689, di Domenico Gabrielli (1651 o 1659 – 1690), allievo di Petronio Franceschini.
Nato a Bologna, venne soprannominato, per il suo virtuosismo, “Minghin dal viulunzaal” (“Domenichino del violoncello”) e, nonostante sia vissuto poco, portò avanti una prestigiosa carriera nell’ambito dell’Accademia Filarmonica di Bologna, dove entrò giovanissimo, nel 1676, divenendone presidente nel 1683.
La sua produzione, caratterizzata da una predilezione per il violoncello, comprese anche opere profane e due oratori.
La successiva Suite n. 1 in sol maggiore a violoncello solo BWV 1007 di Johann Sebastian Bach (1685-1750) non ha certamente bisogno di presentazione, essendo diventata, insieme alle altre cinque, che costituiscono l’intera raccolta (catalogata come BWV 1007-1012), il cavallo di battaglia di tutti i violoncellisti più famosi del Novecento.
Eppure questi brani, concepiti presumibilmente fra il 1717 ed il 1723, durante la permanenza del sommo autore alla corte del principe Leopoldo di Anhalt-Köthen, alla fine dell’Ottocento erano considerati una sorta di studi e, in quanto tali, sistematicamente snobbati da musicologi ed interpreti.
Fu Pablo Casals (1876-1973), quando aveva appena tredici anni, a capire la loro enorme valenza, dopo aver acquistato, in un negozio di Barcellona che vendeva oggetti di seconda mano, un volume contenente la partitura delle sei suite.
Il grande violoncellista studiò assiduamente le suite per più di un decennio, prima di proporle al pubblico e, solo alla fine degli anni ’30, fu convinto ad inciderle dal leggendario produttore Fred Gaisberg, fornendo un’interpretazione che ancora oggi risulta fra quelle di riferimento.
Inutile aggiungere che, una volta entrata nel repertorio di Casals, la raccolta bachiana iniziò ad essere conosciuta in tutto il mondo, e a godere di una notorietà tuttora immutata.
Da un compositore famosissimo, a un illustre sconosciuto, Giulio de Ruvo, del quale non si sa praticamente nulla.
Si ipotizza che fosse attivo a Napoli nel XVIII secolo, proveniente da Ruvo (località nei pressi di Bari) e che gravitasse nell’entourage del Duca di Bovino, nobile pugliese risiedente nella città partenopea.
Ad ogni modo i suoi brani, che ci introducevano a danze popolari, alcune poco note, come la Romanella e la Capona, altre celebri quali la Tarantella e la Ciaccona, erano piuttosto interessanti, segno che gli autori cosiddetti “minori” raggiungevano spesso all’epoca un livello per niente disprezzabile.
Pugliese era pure Francesco Paolo Supriani o Scipriani (1678-1753), nativo di Conversano (Ba), che studiò al Conservatorio della Pietà de’ Turchini.
Virtuoso del violoncello, entrò nella Capilla Reale di Barcellona, chiamato da Carlo di Asburgo, per poi ritornare a Napoli, dove finì anche i suoi giorni, come componente della Reale Cappella.
Una delle opere principali di Supriani è la raccolta “Principij da imparare à suonare il violoncello e con 12 Toccate à solo” (1720 circa), presente nella biblioteca del Conservatorio napoletano di San Pietro a Majella, dalla quale erano tratte la Toccata n. 3 in si bemolle maggiore a violoncello solo e la Toccata n. 7 in fa maggiore a violoncello solo.
In questo elenco di musicisti misconosciuti rientrava anche Joseph Marie Clément Dall’Abaco (1710-1805), primogenito del più noto Felice Evaristo, autore veronese dedicatario del conservatorio della città natale.
Nato a Bruxelles, dove il padre si era recato al seguito dell’elettore di Baviera in esilio Massimiliano II Emanuele,  ed aveva sposato la belga Marie Clemence Bultinck, Joseph Marie Clément fece parte, come violoncellista, delle orchestre di corte di mezza Europa, prima di ritornare nelle zone di origine della famiglia Dall’Abaco (Arbizzano in Valpolicella), qualche anno prima di morire alla veneranda età di 95 anni.
Dalla sua produzione abbiamo ascoltato il Capriccio in do minore per violoncello, che ha preceduto la Suite n. 2 in re minore a violoncello solo BWV 1008 di Bach, posta a chiusura della serata.
Uno sguardo, ora, a Rebeca Ferri, che ha avuto in primo luogo il merito di confezionare un programma di tutto rispetto e dotato di una notevole logica.
Infatti, dopo l’inizio dedicato a Gabrielli, fra i primi (se non il primo) a creare pezzi per violoncello solista, tutto il resto era racchiuso fra le due suite di Bach, a testimoniare sia l’eccezionalità del musicista tedesco, sia la presenza di un nutrito gruppo di virtuosi-compositori coevi, che allo strumento dedicarono una parte preponderante della loro produzione.
A ciò si aggiungeva un’interpretazione di altissimo livello, che naturalmente trovava il suo apice nelle due suite bachiane, senza per questo sottovalutare gli altri pezzi, sovente di notevole impatto.
Pubblico numerosissimo e visibilmente entusiasta, che ha chiesto lungamente il bis, ottenendo la riproposizione della Tarantella di Giulio de Ruvo, contemporaneo omaggio a Napoli e ad un musicista meritevole, insieme a tutti quelli proposti (escluso ovviamente Bach, ormai universalmente noto), di essere sottratto dall’oblio nel quale è ancora relegato.

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