A Palazzo Zevallos la stagione della Fondazione Pietà de’ Turchini propone un trio di caratura internazionale

Foto Max Cerrito

Terzo ed ultimo appuntamento, nell’ambito del ciclo concepito dalla Fondazione Pietà de’ Turchini, in collaborazione con Gallerie d’Italia – Palazzo Zevallos Stigliano, sede museale di Intesa Sanpaolo, in occasione della mostra “Da De Nittis a Gemito. I napoletani a Parigi negli anni dell’Impressionismo”.
Il concerto conclusivo ha ospitato il trio costituito da Eric Porche (clarinetto), Luca Signorini (violoncello) e Dario Candela (pianoforte), confrontatosi con alcuni brani cameristici di raro ascolto.
In apertura è stata proposta la Sonata per violoncello e pianoforte in la minore di Mario Pilati (1903-1938), autore napoletano uscito dall’oblio grazie alla caparbietà della figlia Laura, che ha trovato una fattiva collaborazione in diversi musicisti, a partire da Dario Candela, attualmente direttore della Biblioteca sul Novecento Musicale intitolata proprio a Mario Pilati.
Per quanto riguarda la Sonata, risalente al 1929, siamo di fronte ad un pezzo dove si ritrovano reminiscenze brahmsiane, passaggi che aderivano alle novità dell’epoca, talora proiettati verso il futuro, spunti tratti dal folclore partenopeo, il tutto ricreato attraverso un linguaggio originale ed immerso in una scrittura densa e di grande solidità.
Il successivo Trio per violino (clarinetto), violoncello e pianoforte in re minore, op. 120 di Gabriel Fauré (1845-1924), venne completato dall’autore francese nel 1923 ed eseguito in pubblico, durante i festeggiamenti per i 78 anni del compositore, prima alla Société Nationale de Musique e poi all’École Normale de Musique, affidato al leggendario trio costituito da Alfred Cortot, Jacques Thibaud e Pablo Casals.
Fauré, almeno inizialmente, aveva pensato ad un trio per clarinetto, violoncello e pianoforte, ma nella stesura definitiva il clarinetto scomparve, a vantaggio del violino e, solo in un secondo tempo, si fece cenno alla possibilità di utilizzare indifferentemente entrambi gli strumenti.
Chiusura rivolta al Trio per clarinetto, violoncello e pianoforte di Nino Rota (1911-1979), autore noto esclusivamente per le numerose e splendide colonne sonore, che gli valsero l’ottenimento di diversi premi, fra i quali l’Oscar per le musiche de “Il Padrino parte II”.
Ma le musiche da film rappresentarono solo un lato della produzione dell’autore milanese, che nella sua prestigiosa carriera ha abbracciato praticamente tutti i generi, compreso quello cameristico, come si ricava da questo trio, datato 1973, dove possiamo riscontrare sia echi di inizio Novecento, sia affinità legate alle colonne sonore, in particolare quelle relative al felicissimo connubio con il regista Federico Fellini.
Per quanto riguarda i tre protagonisti della serata, Eric Porche (clarinetto), Luca Signorini (violoncello) e Dario Candela (pianoforte), oltre a dare vita ad un concerto di straordinaria intensità, hanno avuto l’ulteriore merito di proporre un programma che faceva emergere brani di raro ascolto e di grande complessità, appartenenti ad autori meritevoli di essere maggiormente conosciuti.
Perfetto è risultato l’affiatamento del duo Signorini-Candela nella Sonata di Pilati, che dal vivo appariva ancora più incisiva e ricca di sfaccettature rispetto alla versione, già di elevato spessore, registrata dai due musicisti nel recente doppio cd della Brilliant, interamente rivolto alle musiche del compositore partenopeo.
L’apporto del francese Eric Porche forniva poi ulteriori sinergie, sì che il trio così formato metteva in risalto sia lo straripante lirismo del pezzo di Fauré (una sorta di testamento spirituale, visto che l’autore morì l’anno dopo averlo scritto), sia la piacevole levità racchiusa in uno stile piuttosto anacronistico del brano di Rota, che si concludeva con un ritmo brioso e incalzante, tipico delle coeve colonne sonore.
Spettatori piuttosto numerosi (fra i quali erano presenti anche le figlie di Pilati, Anna Maria e Laura), che hanno applaudito con grande entusiasmo i tre artisti, i quali hanno voluto riproporre come bis il movimento finale del pezzo di Rota, degna chiusura di un ciclo di elevatissimo spessore, che ha messo a confronto autori italiani (prevalentemente attivi a Napoli) e francesi.

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