La clavicembalista Enza Caiazzo trae dall’oblio alcuni autori attivi a Napoli nel Seicento e nel Settecento

Nuovo appuntamento, nella Sala del Toro Farnese del Museo Archeologico Nazionale, con la II edizione del Festival Barocco Napoletano, rassegna organizzata dal dott. Massimiliano Cerrito e affidata alla direzione artistica del maestro Giovanni Borrelli.
Ospite del terzo concerto è stata la clavicembalista Enza Caiazzo, che ha proposto brani di Trabaci, Mayone, Durante e Bach.
A parte quest’ultimo, tutti gli altri rappresentano oggi autori poco noti o completamente sconosciuti, nonostante ai loro tempi conobbero una grandissima fama.
Ad esempio il molisano Giovanni Maria Trabaci (1575-1647), del quale abbiamo ascoltato, in apertura, la Canzona franzesa IV (dal Libro I di Ricercate, canzone francese, capricci, ecc., 1603), giunse a Napoli nel 1594, dove fece parte del coro della chiesa dell’Annunziata.
Divenne poi organista titolare dell’oratorio dei padri Filippini (oggi compreso nel complesso monumentale dei Girolamini) ed infine fu il primo italiano ad essere nominato maestro della Reale Cappella nel 1614, alla morte del franco-fiammingo Jean de Macque, suo docente in gioventù.
Va ancora aggiunto che il suo stile precorse quello di Frescobaldi ma, a fronte di questo, nella città dove fu attivo dal 1594 al 1647, vi è oggi un’unica istituzione a lui dedicata, l’Associazione Organistica Giovanni Maria Trabaci, costituita nel 2006 dal maestro Mauro Castaldo.
Anche il napoletano Ascanio Mayone (1570?-1627) raggiunse una discreta fama e la sua biografia si interseca con quella di Trabaci in quanto, non solo studiò con Jean de Macque ma ricoprì importanti ruoli nella chiesa dell’Annunziata, a partire dal 1593.
Alla sua produzione apparteneva la Toccata II dal I Libro di “Diversi Capricci per sonare”, raccolta in due volumi pubblicati a Napoli, rispettivamente nel 1603 e nel 1609, contenenti brani che anticipavano la stagione più significativa del barocco.
Con un salto nel Settecento, si approdava a Francesco Durante (1684-1755), nativo di Frattamaggiore, che entrò da bambino nel Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo come allievo di Gaetano Greco, per poi studiare con Alessandro Scarlatti presso il Conservatorio di Sant’Onofrio a Porta Capuana.
Figura quasi leggendaria di docente, le cui composizioni si diffusero in tutto il mondo musicale dell’epoca e sono ancora reperibile nelle biblioteche di mezza Europa, Durante ebbe come allievi compositori del calibro di Jommelli, Pergolesi, Paisiello, Piccinni e Traetta, ricoprendo ruoli prestigiosi sia nel Conservatorio di Sant’Onofrio a Porta Capuana, sia nel Conservatorio di Santa Maria di Loreto.
A differenza di gran parte dei suoi studenti, non scrisse alcuna opera (tranne dei cori per la tragedia Flavio Valente), ma moltissima musica sacra ed anche brani per strumenti a tastiera come la Toccata e Fuga in re minore proposta nel concerto.
Chiusura nel segno di Johann Sebastian Bach con la Toccata in mi minore BWV 914 e la Partita n. 1 in si bemolle maggiore BWV 825.
Il primo è un lavoro che potrebbe essere stato scritto a Lüneburg, Weimar, Arnstadt o Mühlhausen, dove il grande compositore soggiornò in gioventù, in un periodo compreso fra il 1700 ed il 1708, ed ha in sé un mistero difficilmente risolvibile, in quanto la fuga conclusiva risulta identica a quella ritrovata a Napoli in un manoscritto di anonimo.
Relativamente alla Partita n. 1, venne stampata in diverse copie da Bach, a proprie spese, per essere venduta alla Fiera degli Editori di Lipsia nel 1726 e, fino al 1730, sempre in occasione di tale manifestazione, ne pubblicò sei, raggruppandole poi nel 1731, in quello che divenne il primo dei quattro volumi da lui chiamati Clavier-Übung (Esercizi per la tastiera).
Dal punto di vista musicale, la Partita contiene un preludio, seguito da una successione di danze, per cui potrebbe anche essere considerata una Suite (i due termini, in realtà, erano all’epoca utilizzati indifferentemente).
Veniamo quindi all’ottima protagonista, Enza Caiazzo che, oltre ad evidenziare la sua consueta bravura, contraddistinta da un solido rigore interpretativo, ha avuto l’ulteriore merito di proporre un programma ben congegnato, volto al recupero di autori costretti ad un immeritato oblio.
Un destino al quale non sarebbe sfuggito nemmeno Bach, senza l’intervento di Mendelssohn, che nel 1829 allestì a Berlino la Passione secondo Matteo, riportandola in vita dopo un letargo di quasi un secolo, dando nel contempo inizio, quasi 80 anni dopo la morte del grande compositore, alla cosiddetta “Bach Renaissance”.
Pubblico numerosissimo ed entusiasta, che ha chiesto ed ottenuto un bis, consistente nella Sonata K. 239 di Domenico Scarlatti, ricca di risonanze spagnole, che ha chiuso con brio un recital di altissimo livello.

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