Una “Promenade Napolitaine” briosa e raffinata con il duo Colecchia-Candela

Si è svolto, a Palazzo Zevallos, il primo dei tre appuntamenti organizzati dalla Fondazione Pietà de’ Turchini in collaborazione con Banca Intesa, nell’ambito delle manifestazioni legate alla mostra “Da De Nittis a Gemito. I napoletani a Parigi negli anni dell’Impressionismo”.
Ospiti del concerto inaugurale, intitolato “Promenade Napolitaine”, il mezzosoprano Gabriella Colecchia ed il pianista Dario Candela, che si sono confrontati con un repertorio prevalentemente francese, completato da alcune incursioni nella produzione dei napoletani Franco Alfano e Mario Pilati.
Apertura con una selezione di brani per voce e pianoforte di intenso romanticismo, composti fra il 1861 ed il 1878 da Gabriel Fauré (1845-1924) su testi di illustri poeti e scrittori coevi, quali Victor Hugo, Théophile Gautier, Armand Silvestre e Sully Prudhomme, quest’ultimo vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 1901.
Il successivo Première Arabesque, per pianoforte solo, primo di una coppia di pezzi giovanili risalenti ad un periodo compreso fra il 1888 ed il 1891, rappresentava una piccola finestra sull’impressionismo di Claude Debussy (1862-1918).
Toccava quindi a Franco Alfano (1875-1954), ancora oggi ricordato quasi esclusivamente per aver scritto il finale della Turandot di Puccini.
Il suo Sonnet, su testo di Alfred de Musset era tratto da Cinq Mélodies, op. 1, raccolta datata 1896.
Dal repertorio di Francis Poulenc (1899-1963) sono invece stati scelti pezzi talora nostalgici e struggenti, altre volte disimpegnati e ricchi di satira sociale.
Nel primo caso ricordiamo Les chemins de l’amour (1940), tratto dall’allestimento di Cocteau del dramma Léocadia di Jean Anouilh, mentre per il secondo Voyage à Paris e Hôtel (dalla raccolta del 1940 Banalités), e Toréador (1918).
Chiusura nel segno di Mario Pilati (1903-1938) sul quale va aperta una piccola parentesi.
Appena una quindicina di anni fa il compositore apparteneva a quella fitta schiera di grandi autori relegata nel dimenticatoio complice un destino decisamente crudele.
In questo caso il motivo di tale oblio si può principalmente identificare nella folgorante carriera che Pilati portò avanti nel pieno del ventennio fascista, colpa oltremodo infamante secondo i musicologi (o presunti tali) del dopoguerra, pur essendo lampante l’estraneità di Pilati ai giochi di potere del regime.
Per riportarlo in auge è stato necessario il costante impegno di Laura, una delle tre figlie del musicista, che ha trascorso gli ultimi venti anni a perorare insistentemente la causa del padre, riuscendo nell’impresa di riproporlo al grande pubblico, anche con l’appoggio del maestro Dario Candela.
Quest’ultimo ha eseguito, nell’occasione, Marcia, Ninna nanna e Floreal-Polka, dalla I serie di Bagatelle per pianoforte (1934) e ’O vico, Divuzzione e Tammurriata, appartenenti alla raccolta Echi di Napoli (1933), dove si respira un forte attaccamento alle origini, talora abbinato ad una discreta dose di ironia, propria del carattere di Pilati.
E veniamo ai due ottimi protagonisti della serata, il mezzosoprano Gabriella Colecchia ed il pianista Dario Candela, che hanno dato vita ad un concerto di altissimo livello dove è emersa la bravura dei singoli ed il loro perfetto affiatamento.
Così Gabriela Colecchia, è apparsa completamente a suo agio nell’interpretare i brani romantici di Fauré, i pezzi scanzonati di Poulenc e quelli legati alla tradizione partenopea di Pilati, grazie ad una voce molto bella, che trasmetteva grandi emozioni, abbinata ad una notevole presenza scenica, indispensabile per eseguire questo tipo di repertorio.
Dal canto suo, Dario Candela ha accompagnato la cantante in maniera impeccabile, ritagliandosi anche un piccolo spazio solistico, dove ha fatto emergere il consueto tocco raffinatissimo e un suono elegante e ricco di sfumature.
Pubblico non molto numeroso, a causa del sovrapporsi di influenza e maltempo, ma i presenti, fra i quali vi erano una figlia e due nipoti di Pilati, hanno contribuito a trasformare il grande salone centrale di Palazzo Zevallos in un salotto d’altri tempi, nel quale si respirava un’atmosfera particolarmente familiare.
Due i bis, il primo rivolto alla Seguidilla (dalla Carmen di Bizet) e il secondo dedicato a Pilati, con la riproposizione di ’O vico, chiusura quanto mai significativa, considerando che quest’anno si celebra l’ottantesimo della sua morte.

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