L’ensemble “I Bassifondi”, con Daniele Sepe guest star, propone un’interessantissima panoramica del repertorio per liuto, tiorba e chitarra del periodo barocco

La produzione del periodo barocco dedicata a liuto, tiorba e chitarra non era concepita esclusivamente per strumento solista, come si tende comunemente a pensare, ma spesso la medesima melodia veniva affidata anche a gruppi formati da più liuti o tiorbe, accompagnati da chitarra e percussioni.
Un esempio di questo repertorio, che nel Seicento e nel Settecento fu caratterizzato da ampi scambi fra autori spagnoli, giunti in Italia a seguito della dominazione iberica, e autori locali, è stato proposto, nell’ambito della stagione della Fondazione Pietà de’ Turchini, dall’ensemble “I Bassifondi”, fondato e diretto dal liutista Simone Vallerotonda, esibitosi a palazzo Zevallos Stigliano, in trio con Stefano Todarello (colascione e chitarra) e Gabriele Miracle (percussioni).
La serata, dal titolo “Entre Italia y España”, poneva in evidenza musicisti piuttosto noti o quasi sconosciuti, autori di brani nati principalmente per stupire l’ascoltatore (scopo che riescono a raggiungere ancora oggi).
A tale proposito risulta quanto mai interessante la storia legata all’evoluzione del modo di comporre e di suonare i pezzi destinati alla chitarra, che nel 1606 ebbe una svolta epocale grazie alla pubblicazione del volume di Girolamo Montesardo intitolato Nuova inventione d’intavolatura, per sonare li balletti sopra la chitarra spagniuola, senza numeri, e note; per mezzo della quale da se stesso ogn’uno senza maestro potrà imparare.
In esso era contenuto un sistema che abbinava lettere e accordi, facilitando così l’esecuzione anche ai dilettanti, ed ebbe come immediata conseguenza un enorme sviluppo relativo alla stampa di spartiti relativi a trascrizioni per chitarra di pezzi allora in voga.
Parallelamente, i chitarristi di professione svilupparono un’altra notazione, definita “Alfabeto falso”, dove la lettera, contraddistinta in questo caso da un taglio, non corrispondeva più ad un semplice accordo, ma ad un insieme nel quale trovavano posto acciaccature e note estranee, dando luogo a suoni ricchi di dissonanze, in una sorta di “pop” e “jazz” del Seicento.
Tornando agli autori, il concerto si apriva con il chitarrista e liutista Giovanni Paolo Foscarini (1600-1647), probabilmente di origini marchigiane, soprannominato “Il caliginoso” in quanto membro ad Ancona della locale “Accademia dei Caliginosi” sotto lo pseudonimo Il Furioso.
La sua carriera si svolse fra corti nobiliari di Bruxelles, Roma, Parigi e Venezia (dove presumibilmente morì), ed è passato alla storia per alcune opere di argomento teorico, fondamentali per chi vuole conoscere notizie su brani e prassi esecutiva dell’epoca, sintetizzate ne “Li cinque libri della chitarra spagnuola”, raccolta pubblicata a Roma nel 1640, dalla quale erano tratti i primi brani della serata.
Sicuramente più noto Johannes Hieronymus Kapsberger (ca. 1580-1651), figlio di un colonnello nato in Germania, ma di stanza a Venezia.
Nonostante fosse nativo della città lagunare, venne soprannominato “Il tedesco della tiorba”, e con questo appellativo era conosciuto negli ambienti artistici di Roma, dove si spostò, dopo la formazione giovanile, portando avanti una carriera molto prestigiosa nelle vesti di compositore, virtuoso della tiorba e del liuto, e organizzatore di “accademie” nella sua lussuosa residenza.
Il particolare stile di Kapsberger si caratterizzava per la presenza di notevoli arditezze, che evidenziano talora una fortissima affinità con la musica del Novecento.
Spagnolo era invece Francisco Bartolomé Sanz Celma, ovvero Gaspar Sanz (1640-1710), che, dopo aver terminato gli studi all’Università di Salamanca, soggiornò in Italia, allievo di Benevoli a Roma e di Caresana a Napoli, dove si perfezionò come chitarrista ed organista.
Una volta tornato in patria, scrisse tre volumi, pubblicati fra il 1674 ed il 1697, dedicati alla didattica della chitarra.
Iberico anche Santiago de Murcia (1673-1739), del quale recentemente sono state ritrovate in Messico due raccolte (Passacalles y obras de guitarra por todos los tonos naturales y accidentales ed il Codex Saldívar n. 4) ma non si è ancora riusciti a comprendere come siano giunte nel Nuovo Mondo, poiché sembra appurato che l’autore non si spostò mai dall’Europa.
Il programma si completava con altri autori e brani, fra i quali spiccava Scaramanzia del fiorentino Antonio Carbonchi, mentre riferendoci ai breni eseguiti, vanno ricordati, oltre ad alcune Passacaglie e Tarantelle, due danze diffuse nella penisola iberica fra il XVI e il XVII, la Folia e il Canario.
La prima, di presunte origini portoghesi, legata alle tradizioni contadine, è ancora oggi famosa grazie ad un motivo, apparso per la prima volta nel trattato De musica libri septem di Francisco de Salinas (1577), che nel corso dei secoli ha attirato l’attenzione di più di un centinaio di compositori e il secondo, diffuso soprattutto a corte, deve il nome ad una sua presunta origine nelle Isole Canarie, come riportato nel Tesoro de la lengua castellana o española, dizionario pubblicato nel 1611 a cura di Sebastián de Covarrubias.
Nel complesso un programma eseguito con raffinatezza e perfetto affiatamento dai tre componenti de “I Bassifondi”, Simone Vallerotonda, Stefano Todarello e Gabriele Miracle (percussioni), che hanno saputo ricreare atmosfere molto più vicine a noi di quanto si potesse immaginare, fornendo un’idea piuttosto verosimile basata anche sullo studio dei manoscritti dell’epoca, riguardante la possibile presenza, nel periodo considerato, di ensemble simili a quello proposto nell’occasione.
Grande successo di pubblico e ben due bis finali, Colascione di Kapsberger ed una Ciaccona, che hanno visto il noto sassofonista Daniele Sepe aggiungersi al trio, ciliegina sulla torta di una serata di elevatissima valenza storico-musicale.

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