“Le Passioni di Carlo” si chiudono con un trio di spessore internazionale

Foto Gianluigi Gargiulo

Si è svolta nella prestigiosa cornice della sala del Toro Farnese del MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli), il terzo ed ultimo appuntamento con “Le Passioni di Carlo”, rassegna organizzata da MB Concerti e Ravello Creative Lab con il contributo dell’Ente Provinciale del Turismo – Assessorato al Turismo della Regione Campania, affidata alla direzione artistica del maestro Giuseppe Di Capua.
Ospite del concerto conclusivo, intitolato “Invenzione a tre voci”, il trio formato dalla cantante Marina Bruno, dal sassofonista Daniele Sepe e dal contrabbassista Enzo Pietropaoli, confrontatosi con un repertorio di musica sacra che alternava tradizione popolare a brani di compositori “classici”.
Alla prima apparteneva la suggestiva “Madonna dell’Arco”, con la quale è iniziato il concerto, uno dei motivi più famosi della devozione legata al Santuario di Sant’Anastasia (NA), dove si conserva un’immagine miracolosa di una Madonna con Bambino, risalente al XV secolo, oggetto di un particolare pellegrinaggio il Lunedì in Albis.
Sempre in ambito mariano si inquadravano Madonna de sa Cabana, melodia di anonimo di Maiorca, su testo del sacerdote e poeta Llorenç Riber (1881-1958) e Deus ti salvet, lauda scritta da Bonaventura Licheri (1667-1733), nota anche come “Ave Maria sarda”.
La parte legata al folclore si completava con ‘O diavule s’arrecrea, portato al successo da Teresa De Sio.
I brani rivolti alla produzione classica si aprivano con l’ Ave Verum Corpus K 618 in re maggiore, scritto da Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791) per sanare un debito contratto con l’amico Anton Stoll, Kappelmeister della chiesa parrocchiale di Baden, dove il pezzo esordì nel 1791 in occasione della festa del Corpus Domini.
Di Benjamin Britten (1913-1976) era invece A New Year Carol, da “Friday Afternoons”, raccolta di dodici brani completata nel 1935, mentre Pie Jesu apparteneva al Requiem in re minore, op. 48 di Gabriel Fauré (1845-1924), che affermò di aver composto il brano “per puro diletto”.
Un salto, infine, nel contemporaneo, con The Moon over Mtatsminda, di Jansug Kakhidze (1935-2002), compositore, direttore d’orchestra e cantante, su lirica del poeta Galaktion Tabidze (1892-1959), entrambi figure carismatiche della Georgia.
Il pezzo venne inserito dal sassofonista Jan Garbarek nel suo album Rites, pubblicato nel 1998, e fa riferimento alla montagna che sovrasta Tbilisi, luogo sacro in quanto vi abitava il santo eremita David Garedzhi.
Uno sguardo ora agli interpreti, partendo da Marina Bruno, artista di spessore internazionale, che ha lavorato con mostri sacri quali Roberto De Simone (la ricordiamo splendida “Gatta Cenerentola” dal 1998 al 2000) e in gruppi come Media Aetas, Nuova Compagnia di Canto Popolare e Neapolis Ensemble, maturando un’enorme esperienza nel campo della musica popolare.
In più, risulta fra le pochissime cantanti in grado di proporre in modo diretto e ricco di intensità, ma mai sopra le righe, un repertorio che si presta facilmente, per la sua stessa natura ed origine, alla volgarità e alla sguaiataggine.
Da un po’ di tempo a questa parte la Bruno ha anche allargato i suoi orizzonti, cominciando ad approfondire altri generi, compreso quello legato alla musica classica, con esiti estremamente notevoli, come abbiamo potuto apprezzare durante il concerto.
Il tutto completato da una voce unica, capace di superare, evento rarissimo, perfino i consueti problemi insiti nella Sala del Toro Farnese, luogo spettacolare dal punto di vista artistico, ma caratterizzato da un’acustica a dir poco penalizzante.
Bravissimi anche i due compagni di viaggio della Bruno, Daniele Sepe (sassofono) e Enzo Pietropaoli (contrabbasso), esecutori di altissimo livello, apparsi in perfetta sintonia con la cantante e abili nel duettare fra di loro, dando vita, ogni tanto, a splendide improvvisazioni.
Spettatori numerosissimi, che hanno occupato in breve tempo tutti i posti a sedere disponibili, per cui chi è giunto in leggero ritardo si è dovuto accontentare di seguire in piedi l’intero concerto, ma lo ha fatto volentieri, partecipando insieme agli altri con grande trasporto.
Dopo i lunghi e scroscianti applausi conclusivi, il trio si è accomiatato dal pubblico con un bis alquanto originale, consistente in un particolare arrangiamento, di stampo jazzistico, de “La leggenda del lupino” di Roberto De Simone, tratto da un racconto popolare incentrato sulla fuga di Gesù per evitare la cosiddetta “Strage degli innocenti”, a suggello di un bellissimo concerto, con il quale ha avuto termine in grande stile la seconda edizione della rassegna “Le Passioni di Carlo”.

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