Ai “Concerti di Autunno” il Trio “La belle époque” porta alla ribalta alcuni gioielli per strumenti a fiato della cameristica francese

Foto Max Cerrito

Agli albori del Novecento, il primato francese nell’ambito degli strumenti a fiato era pressoché indiscusso, grazie ad una tradizione ben radicata che, nel caso del flauto, risaliva alla metà del secolo precedente, dovuta in egual misura alla presenza di celebri costruttori quali Louis Lot (1807-1896) e di prestigiosi figure, che riunivano in sé il triplice ruolo di solista, docente e compositore, come Paul Taffanel (1844-1908).
Nel complesso si trattava di un movimento ben sostenuto dalle scuole di musica e dai conservatori, attivi in particolare a Parigi, che favorì la creazione di un repertorio vasto, ancora oggi non completamente conosciuto, così come molti dei musicisti che contribuirono ad alimentarlo.
A questo capitolo, affascinante quanto poco battuto, si è rivolto il Trio “La belle époque”, formato da Marika Lombardi (oboe), Laura Minguzzi (flauto) e Franco Venturini (pianoforte), ospite del recente appuntamento dei “Concerti di Autunno”, organizzati dalla Chiesa Luterana di Napoli e affidati alla direzione artistica di Luciana Renzetti.
Il brano di apertura, Serenade sous bois per flauto, oboe e pianoforte, era tratto dalla produzione di Hedwige Chrétien (1859-1944), allieva di Ernest Guiraud (famoso per aver scritto i recitativi della “Carmen” di Bizet) al Conservatorio di Parigi, dove a sua volta insegnò solfeggio per un paio di anni, prima di dedicarsi esclusivamente alla composizione.
Autrice piuttosto prolifica, portò avanti una carriera di successo, culminata nella nomina a membro permanente del Consiglio della Società dei Compositori di Musica, avvenuta nel 1924.
La sua fama si diffuse anche oltreoceano e, non a caso, una consistente raccolta di lavori della Chrétien è oggi conservata ad Ann Arbor, sede dell’Università del Michigan.
Un po’ più noto Philippe Gaubert (1879-1941), allievo del già citato Taffanel, che fu solista, stimato docente, celebre direttore d’orchestra e apprezzato compositore.
Molti suoi brani sono rivolti al flauto (strumento che abbandonò per potersi concentrare sulla carriera direttoriale), come i due ascoltati in serata, la Tarentelle per flauto, oboe e pianoforte (1903) e la Sonata n. 3 in sol maggiore per flauto e pianoforte (1933).
La successiva Pastorale per flauto, oboe e pianoforte evidenziava l’alsaziano Jean-Baptiste Weckerlin (1821-1910), conosciuto ai suoi tempi come direttore di coro, arrangiatore di brani tradizionali francesi, definiti bergerettes per l’ambientazione bucolica, e soprattutto per aver pubblicato, nel 1885, il catalogo del materiale presente nella biblioteca del Conservatorio di Parigi.
Famosissimo, invece, Camille Saint-Saëns (1835-1921), a nostro avviso uno dei più grandi compositori francesi di tutti i tempi, che affrontò praticamente ogni genere.
Al repertorio per strumenti a fiato appartengono le sue ultime tre composizioni, datate 1921, dove il pianoforte è abbinato rispettivamente all’oboe (Sonata in re maggiore op. 166, ascoltata al concerto), al clarinetto (Sonata in mi bemolle maggiore, op. 167), e al fagotto (Sonata in sol maggiore, op. 168).
La serata si è chiusa con il Gran Duo Brillante su Guglielmo Tell di G. Rossini per flauto, oboe e pianoforte di Jules Demersseman (1833-1866) e Félix Charles Berthélemy (1829-1868), appartenente ad un filone tipicamente ottocentesco, costruito su celebri pezzi d’opera, il cui duplice scopo era quello di far riascoltare nei salotti i motivi più in voga del momento e consentire ai grandi solisti di mettere in mostra le loro doti virtuosistiche.
Riguardo ai due musicisti, il meno sconosciuto risulta Demersseman, virtuoso del flauto, morto prematuramente di tubercolosi, mentre Berthélemy è ricordato per aver ricoperto la cattedra di oboe al conservatorio di Parigi.
Come si può intuire da questa sommaria descrizione, il programma del concerto risultava di estremo interesse, sia sotto il profilo prettamente storico, in quanto portava alla ribalta diversi autori caduti nel dimenticatoio anche nel paese di origine, sia perché proponeva musica ben strutturata e di notevole livello, concepita espressamente per quell’organico, a testimonianza della bontà complessiva della scuola transalpina.
Affrontando il suddetto repertorio, il Trio “La belle époque”, costituito da Marika Lombardi (oboe), Laura Minguzzi (flauto) e Franco Venturini (pianoforte), ha dato vita ad una straordinaria serata, che ha proposto brani piacevoli e ricchi di atmosfere, esaltati dalla estrema bravura dei singoli interpreti e dalla loro perfetta intesa.
Pubblico numeroso, attento, partecipe e, soprattutto, favorevolmente sorpreso per aver scoperto una serie di autori praticamente ignoti, che ha chiesto insistentemente un bis ed è stato accontentato con un altro piccolo gioiello, la trascrizione per oboe, flauto e pianoforte, curata da Filippo Mazzoli, di À Chloris, scritta in origine per voce e pianoforte da Reynaldo Hahn, venezuelano trapiantato a Parigi.
A proposito di Filippo Mazzoli, flautista di fama internazionale, va ricordato che è il principale artefice del programma eseguito dal Trio, ed alla sua passione si deve il recupero dei due brani della Chrétien e di Weckerlin, i cui spartiti originali sono stati da lui ritrovati in una biblioteca parigina.
I ringraziamenti conclusivi vanno a Luciana Renzetti, l’unica in grado a Napoli di offrire una serie di serate contraddistinte da proposte tanto particolari quanto vincenti, che altre stagioni si guardano bene dal concepire, per paura di andare incontro a fiaschi considerati inevitabili.
Certo, il pubblico napoletano è piuttosto intorpidito e restio alle novità, ma chi ha contribuito a renderlo tale, propinandogli per decenni lo stesso “rassicurante” repertorio?

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