Al Teatro Sannazaro il virtuosismo e la raffinatezza di Francesco Libetta

Il secondo appuntamento della stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti ha ospitato il pianista pugliese Francesco Libetta, confrontatosi con un programma piuttosto vario.
I primi due brani consistevano nel Caprice sur les airs de ballet d’Alceste de Gluck, dedicato da Camille Saint-Saëns (1835 – 1921) al cognato Jean Truffot nel 1876, e nella Sonatina n. 6 Kammer-Fantasie über Bizets Carmen di Ferruccio Busoni (1866–1924), risalente al 1920.
In entrambi i casi si trattava di lavori costruiti su celebri motivi tratti da opere, nell’ambito di un repertorio che raggiunse l’apice nell’Ottocento, il cui scopo principale era di far riascoltare nei salotti i motivi più in voga del momento, fornendo nel contempo l’opportunità, ai grandi solisti, di mettere in mostra le loro doti virtuosistiche.
Ma, mentre il pezzo di Saint-Saëns, rientrava nella consuetudine, quello di Busoni si distaccava piuttosto nettamente dalle trascrizioni ottocentesche, privilegiando una sorta di distillato di suoni, che riconduceva comunque ai motivi dell’omonima opera di Bizet.
Terza composizione proposta, La Valse di Maurice Ravel (1875-1937), che conobbe una lunghissima gestazione.
L’autore francese aveva pensato, già nel 1906, di omaggiare Johann Strauss mediante un pezzo che aveva come titolo provvisorio “Wien”.
Intanto gli anni trascorrevano e lo scoppio della prima guerra mondiale fermò provvisoriamente il progetto.
Nel 1919, a conflitto terminato, Ravel volle recuperare il materiale per dare vita a La Valse, “poema coreografico” da sottoporre a Diaghilev, in vista di una nuova collaborazione, ma l’impresario russo, dopo aver ascoltato l’abbozzo scritto per due pianoforti, rimase perplesso e rifiutò di utilizzarlo.
Il musicista francese, proseguendo la strada intrapresa, fra febbraio ed aprile 1920 concepì tre versioni della composizione, una per pianoforte solo, una per due pianoforti ed una, probabilmente la più nota, per orchestra.
Il balletto venne comunque allestito nel 1929 da Ida Rubinstein, riscuotendo però una tiepida accoglienza.
Dopo l’intervallo, il concerto è ripreso con una nuova incursione nella lirica, costituita dalla Parafrasi sul Miserere du Trovatore S. 433 (1859), uno dei numerosi contributi lisztiani basati sulle opere di Verdi.
La chiusura era invece affidata alla Sonata in la bemolle maggiore, op. 110, di Ludwig van Beethoven (1770-1827), completata nel 1821 e stampata l’anno dopo, insieme alle sonate op. 109 e op. 111, dall’editore berlinese Schlesinger che le aveva commissionate.
Siamo nel pieno della produzione finale dell’autore tedesco, dove si ravvisa la volontà di uscire dai vincoli canonici che caratterizzavano la struttura della sonata, modificando la successione dei movimenti e, talora, anche il numero.
A ciò va aggiunto il recupero di alcune forme, come la fuga, che non rappresentavano soltanto un doveroso omaggio ai grandi autori del passato, ma si configuravano quali tentativi, sperimentali per quei tempi, di fornire un volto innovativo alle stesse.
Uno sguardo ora all’interprete, che ha evidenziato un elevatissimo virtuosismo, senza però mai eccedere in inutili compiacimenti, ed ha scelto di concludere la sua esibizione con una sonata di Beethoven, eseguita in maniera straordinaria, dalla quale ha saputo trarre ogni minima sfumatura.
Misteriosi, o meglio ancora legati alla miopia e alla scarsa conoscenza di chi allestisce i cartelloni, i motivi per i quali un pianista così versatile e totalmente padrone di un ampio repertorio, sia raramente presente sulla piazza napoletana.
Al proposito merita un enorme plauso la direzione artistica della Associazione Scarlatti, che ha voluto inserirlo nella programmazione di quest’anno, se pensiamo che l’ultima apparizione a Napoli di Libetta, o almeno l’ultima volta che lo abbiamo ascoltato, risaliva a 5 anni fa, nell’ambito di una stagione dove la musica classica rappresentava un colto diversivo.
Pubblico numeroso, ma non quanto avrebbe meritato un simile artista (e la concomitanza con un appuntamento della stagione operistica è risultata, anche se in minima parte, ulteriormente penalizzante).
Ad ogni modo i presenti hanno assistito, entusiasti, ad una lezione di grande musica, terminata con due bis, naturale coronamento di una serata ricca di virtuosismi e suoni raffinati, consistenti nella lisztiana Parafrasi da concerto su Rigoletto, ispirata al quartetto dell’atto terzo, e nel sognante arrangiamento di Libetta del brano “La Cura” di Franco Battiato.

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