Ludovica De Bernardo illumina il “Maggio del Pianoforte” con un concerto di notevole spessore e grandissima complessità

Prosegue nella veranda neoclassica di Villa Pignatelli il “Maggio del Pianoforte”, competizione che per sei settimane proporrà altrettanti interpreti under 35, affidati al giudizio del pubblico che, con i suoi voti, decreterà il vincitore finale.
Il terzo appuntamento della manifestazione, organizzata dall’Associazione “Maggio della Musica”, sotto la direzione artistica del maestro Michele Campanella, ha ospitato la napoletana Ludovica De Bernardo.
Molto ampio ed articolato il programma proposto dalla giovanissima pianista, apertosi con la Sonata n. 13 in mi bemolle maggiore, op. 27 n.1 di Ludwig van Beethoven, completata nel 1801 e pubblicata nel 1803, insieme alla Sonata n. 14, op. 27, n. 2 in do diesis minore,  tutte e due dedicate alla Principessa Josephine von Liechtenstein.
Entrambe si allontanavano dalla forma canonica, motivo che suggerì al genio di Bonn, per prevenire eventuali critiche al suo operato, di aggiungere nel titolo la dicitura “quasi una fantasia”.
In seguito l’op. 27, n. 2 si guadagnò l’appellativo di “Sonata al chiaro di luna”, con il quale è ancora oggi nota, per cui l’aggiunta beethoveniano finì con il contraddistinguere solo l’op. 27 n. 1.
Il successivo Isoldes Liebestod S. 447 ci portava nel mirabile universo pianistico di Franz Liszt (1811-1886).
In questo caso l’autore ungherese si confrontò con il finale del “Tristano e Isotta” di Wagner, avvalendosi di una trascrizione fedelissima, completata nel 1867, appena due anni dopo l’esordio dell’opera, avvenuta a Monaco.
Sicuramente meno noto il russo Aleksandr Skrjabin (1871-1915), figura molto particolare del Novecento, fautore sia della sinestesia (abbinava infatti note e colori), sia del rapporto fra musica e misticismo, che col passare degli anni divenne talmente stretto da fargli rasentare la follia.
Dalla sua produzione, legata in prevalenza al pianoforte, abbiamo ascoltato la Sonata-fantaisie n. 2 in sol diesis minore, op. 19, divisa in due movimenti e completata nel 1897, dopo quasi cinque anni di gestazione.
Se per il titolo prese a prestito l’indicazione beethoveniana, volle corredare la sua creazione anche con una descrizione dei due tempi, utilizzando tali testuali parole “La prima sezione rappresenta la calma della notte su una spiaggia del sud; lo sviluppo è la buia agitazione del mare profondissimo. Il mi maggiore della sezione centrale evoca il chiaro di luna che appare, simile a una carezza, dopo il primo buio della notte. Il secondo tempo rappresenta l’ampia distesa dell’oceano agitato dopo una tempesta”.
Quasi coetaneo di Skrjabin ed anch’egli russo, Sergej Rachamninov (1873-1943) è oggi principalmente ricordato per i suoi concerti per pianoforte ed orchestra, in particolare il n. 2 in do minore ed il n. 3 in re minore (conosciuto anche con il nomignolo di Rach 3), apprezzati da un larghissimo pubblico grazie alla loro frequente utilizzazione in ambito cinematografico.
Questo, se da un lato ha contribuito a non farlo cadere nell’oblìo, dall’altro lo ha relegato in un ruolo, quello di autore sdolcinatamente romantico, che non gli appartiene più di tanto.
Al suo repertorio appartenevano gli Études-Tableaux, op. 33, proposti come penultimo brano del concerto, scritti fra l’agosto e il settembre del 1911, che rappresentano delle piccole miniature, una sorta di essenze musicali concentrate, molte delle quali risultano di una difficoltà immensa.
Non meno difficile il pezzo di chiusura del recital, la Sonata BB 88, Sz. 80 di Béla Bartók (1881-1945) risalente al 1926 e dedicato alla seconda moglie, la pianista Ditta Pásztory-Bartók.
Partendo da suggestioni stravinskiane, l’autore approda, nel movimento conclusivo, a sonorità legate ad uno stile inconfondibile, inaugurando una stagione volta alla creazione di capolavori assoluti, apprezzati però solo molti anni dopo la sua morte.
Dopo questa descrizione, forse lunga, ma necessaria per inquadrare la complessità dei pezzi proposti, veniamo all’interprete.
Ludovica De Bernardo, che avevamo avuto occasione di ascoltare un paio di anni fa, ha confermato il suo grandissimo talento, dando vita ad un recital di altissimo livello.
Alla consueta solidità, sicurezza e razionalità dell’approccio, che già in precedenza le permettevano di eseguire nel migliore dei modi i brani del Novecento, ha aggiunto una sempre maggiore consapevolezza nell’affrontare pezzi romantici, ammorbidendo ulteriormente un tocco già di per sé molto raffinato (e ciò si deve indubbiamente anche al maestro Mario Coppola, che la segue e incoraggia costantemente dal 2012).
Come esempio è sufficiente citare l’esecuzione del brano lisztiano, che ha emozionato tutto il pubblico, facendo versare anche qualche lacrima alle persone più sensibili.
E, a proposito degli spettatori (numerosi ma non quanto la pianista avrebbe meritato), sono giustamente andati in visibilio, accompagnando la fine dei vari brani con applausi scroscianti e chiedendo un bis, prontamente accordato dall’artista, ormai al limite dello stremo, accomiatatasi con un pezzo di Debussy, chiusura incantevole di una bellissima mattinata musicale.

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