L’Atalanta Fugiens di Maier rivive a Napoli dopo quattro secoli grazie al maestro Ferdinando de Martino ed al suo ensemble Comtessa de Dia

Michael Maier nacque a Rendsburg nell’Holstein, presumibilmente nel 1566.
Dopo aver frequentato le Università di Rostock e Norimberga, si laureò in medicina nel 1592 a Francoforte sull’Oder, e si specializzò in seguito a Basilea nel 1596 con una tesi sull’epilessia.
L’interesse di Maier per l’alchimia sarebbe iniziato intorno al 1599, ma la sua fama cominciò a diffondersi a partire dal 1609, quando entrò a far parte della corte praghese di Rodolfo II d’Asburgo.
Quest’ultimo, pur essendo imperatore del Sacro Romano Impero, era stato costretto a ritirarsi nel castello di Praga, cedendo buona parte dei suoi poteri ai fratelli Massimiliano e Mattia in quanto soffriva di allucinazioni ed era colpito da lunghe crisi depressive.
Con Maier aveva in comune la passione per l’alchimia, ottimo motivo per farlo diventare medico e consigliere personale, attribuendogli anche il titolo nobiliare di “conte palatino”.
Ma, nel 1611, quando Rodolfo fu interdetto da ogni incarico, Maier lasciò Praga e, dopo un breve soggiorno olandese, approdò alla corte inglese di Giacomo I Stuart, dove rimase fino al 1616.
Lì ebbe modo di conoscere Robert Fludd (medico, alchimista nonché fautore, come Maier, delle teorie rosacrociane) e di guadagnarsi una notevole notorietà grazie al trattato Arcana arcanissima, pubblicato a Londra nel 1614.
Tornò quindi in Germania, prima a Francoforte sul Meno, poi a Kassel, ed infine a Magdeburgo, finendo i suoi giorni nel 1622, vittima della Guerra dei Trent’anni.
Nell’ultimo periodo della sua vita, Maier pubblicò diverse opere di argomento alchemico, la più nota delle quali è sicuramente l’Atalanta Fugiens, edita nel 1617 ad Oppenheim da Johann Theodor de Bry, illustrata da Mathias Merian e dedicata all’ordine senatoriale di Mühlhausen, nella figura del Sindaco Christoph Rheinart.
Alla base del trattato vi è il parallelismo (giustificato dalla convinzione degli alchimisti secondo la quale “i miti antichi sono un rivestimento favoloso di verità ermetiche”) tra la gara di corsa che contrappose Atalanta a Ippomene, contenuta nel decimo libro delle Metamorfosi di Ovidio, vinta da Ippomene grazie allo stratagemma di lasciar cadere una mela d’oro ogni volta che Atalanta stava per raggiungerlo, ed il processo necessario per ottenere la pietra filosofale.
La particolarità dell’Atalanta Fugiens riguarda il fatto che, ognuno dei suoi 50 capitoli contiene un’immagine simbolica, un epigramma ad essa attinente, che funge anche da testo per un brano musicale a tre voci, e un discorso esplicativo comprensibile solo agli adepti, risultando nel complesso un esempio ante litteram di multimedialità
Soffermandoci sulla parte musicale, già preannunciata nel titolo dall’appellativo fugiens (riferito contemporaneamente alla corsa di Atalanta e alla presenza delle 50 fughe o canoni), essa comprende brani a tre voci, due che danno vita ai vari motivi (l’antecedente, che corrisponde ad Atalanta fugiens e la conseguente, chiamata Hippomenes sequens) e una sempre uguale detta tenor, di ispirazione gregoriana, in rappresentanza della mela d’oro e definita Pomum morans.
La trascrizione dei canoni pone alcuni problemi di non facile soluzione in quanto ci si trova spesso di fronte a note mancanti, o che non seguono un discorso logico, per cui al proposito sono state fatte varie congetture, attribuendo di volta in volta gli errori all’ignoranza di Maier, all’imperizia dello stampatore, o ad uno sbaglio fatto apposta per evidenziare un elemento o una situazione presente nel testo.
Nel complesso un materiale quanto mai intrigante, che ha attirato la curiosità di Ferdinando de Martino, artefice della trasposizione e proposizione (in prima assoluta a Napoli) di alcuni canoni dell’Atalanta Fugiens, nell’ambito di un concerto-spettacolo con il quale è stata inaugurata la stagione del centro di musica da camera CERSIM, tenutosi nella chiesa di San Ferdinando, dove alla musica si alternava uno scritto, concepito dallo stesso maestro prendendo come punti di riferimento la biografia e alcune opere del drammaturgo svedese August Strindberg (1849-1912), che si occupò, fra l’altro, anche di chimica e alchimia.
La serata si incentrava prevalentemente sulla parte letteraria (passibile di un autonomo sviluppo futuro), affidata ad uno strepitoso Paolo Cresta, mentre quella musicale si avvaleva dell’ottimo ensemble Comtessa de Dia, diretto da Ferdinando de Martino, e formato da Giovanna Izzo, Laura Maddaluno, Federica Tassone (soprani), Gabriella Romano, Rossella Centofanti, Nadia Badolati (contralti), Salvatore Buonomo, Riccardo Limongi, Cosimo Stornaiolo e Lorenzo Campese (bassi), accompagnati da Angelo Greco (clarinetto primo), Armando Puggioni (clarinetto secondo) e Guido Mandaglio (fagotto).
In conclusione un evento decisamente unico, salutato dalla presenza di un pubblico numeroso, attento e fortemente incuriosito, a riprova dell’interesse di un trattato che ancora oggi, a quattro secoli dalla sua pubblicazione, continua ad essere fonte di approfondimenti in ambienti universitari internazionali, come testimoniato sia dagli studi portati avanti dal professor Peter Forshaw in Olanda, sia dal progetto multimediale statunitense Atalanta, curato da Tara Nummedal, professore associato del Dipartimento di Storia della Brown University di Rhode Island e Donna Bilak, docente della Columbia University di New York.

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