Il duo Montano-Cardone propone un intrigante viaggio musicale dal XIII al XVIII secolo

Prosegue, nella chiesa di S. Angelo a Nilo, nell’ambito di Convivio Armonico di Area Arte, la rassegna “I Concerti del Donatello”.
Questa volta l’appuntamento ha ospitato il mezzosoprano Rosa Montano e l’arpista Carmela Cardone, confrontatesi con un programma che spaziava dal Duecento alla fine del Settecento, iniziato con Altissima luce e Magdalena, dal Laudario 91 di Cortona, codice manoscritto risalente al XIII secolo, che contiene una serie di composizioni, legate principalmente al calendario liturgico, e costituisce la più antica raccolta di musica in lingua volgare.
Le successive “Al fonte al prato”, “Non ha ’l ciel cotanti lumi” e “Dalla porta d’oriente”, erano tratte dalla raccolta formata da 29 arie e madrigali a una voce dal titolo “Le nuove musiche e nuova maniera di scriverle” di Giulio Caccini (1515-1618), pubblicata a Firenze nel 1614.
Era poi la volta di Claudio Monteverdi (1567-1643), del quale cade il 450° dalla nascita, anniversario quasi totalmente ignorato a Napoli, a cominciare dal Teatro di San Carlo, che si è ben guardato dal celebrare l’evento nella stagione 2016-2017, e non ha nemmeno messo in cantiere qualcosa per la prossima.
Alla produzione del grande compositore erano dedicati l’aria “Sì dolce è ’l tormento”, contenuta nella raccolta di Carlo Milanuzzi Quarto Scherzo delle ariose vaghezze (Venezia, 1624), il madrigale “Maledetto sia l’aspetto” (da Scherzi musicali, Venezia 1632) e Lasciatemi morire, noto anche come “lamento di Arianna”, unico frammento dell’opera “Arianna” (1608) giunto ai nostri giorni.
Toccava quindi a When I am laid, altro “lamento”, questa volta di Didone, da “Dido and Aeneas” del britannico Henry Purcell (1659-1695), che precedeva un trittico haendeliano, formato dalla trascrizione per arpa della celeberrima Passacaglia, movimento conclusivo della Suite in sol minore n. 7 HWV 432 (che i meno giovani ricorderanno, in quanto era fra i motivi di accompagnamento dell’intervallo RAI), e le arie “Dank sei Dir, Herr” e “Lascia ch’io pianga”, rispettivamente dall’oratorio “Israele in Egitto” e dall’opera “Rinaldo”.
Si passava alla produzione vivaldiana, con “Vedrò con mio diletto”, dall’opera “Il Giustino” (1724), prima di giungere alla conclusione con le arie Je voulois Sylvie, Puisque mon éspoir se fonde, Au fond d’une sombre vallée di Jean-Baptiste Krumpholtz (1747-1790), autore boemo trapiantato a Parigi, e Plaisir d’amour di Johann Paul Ägidius Martini (1741-1816), nato in Baviera, che si spostò diciannovenne in Francia, dove si faceva chiamare “Martini il Tedesco” per le sue origini.
Uno sguardo ora alle due interpreti, il mezzosoprano Rosa Montano e l’arpista Carmela Cardone, che hanno evidenziato grande bravura, ottimo affiatamento e, se consideriamo i più di cinque secoli intercorrenti fra il primo e l’ultimo pezzo, estrema versatilità, dando vita ad un concerto molto bello, caratterizzato da un programma decisamente interessante e salutato da una discreta presenza di pubblico.

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