“I Concerti del Donatello” propongono una splendida panoramica barocca offerta dall’Ensemble “Le Musiche da Camera”

Il secondo appuntamento della rassegna “I Concerti del Donatello”, inserita nell’ambito di Convivio Armonico di Area Arte, ha ospitato, presso la chiesa di S. Angelo a Nilo, l’Ensemble “Le Musiche da Camera” di Napoli, formato per l’occasione da Francesco Divito (soprano), Rosa Montano (mezzosoprano), Renata Cataldi (traversiere), Egidio Mastrominico (violino di concerto), Leonardo Massa (violoncello) e Debora Capitanio (clavicembalo).
In programma una serie di brani composti prevalentemente da autori, talora quasi sconosciuti, nati o attivi nella città partenopea nel Seicento e nel Settecento.
In apertura sono stati proposti il Brando “Il Spiritello” ed il Brando Dicho “El Melo”, dal Primo libro di canzone, sinfonie, fantasie, ecc. del partenopeo Andrea Falconiero (1585-1656), che portò avanti la sua carriera principalmente nel Nord Italia, tornando a Napoli, dove morì vittima della peste, solo a partire dal 1639.
Il successivo Divertimento in re maggiore a flauto, violini e basso di Giovanni Angrisani, evidenziava un’interessante compositore del XVIII secolo del quale non si sa praticamente nulla.
Sicuramente più noto il napoletano Francesco Mancini (1672-1737), allievo di Provenzale al Conservatorio della Pietà de’ Turchini e musicista dalla carriera prestigiosa, che ha lasciato una vasta produzione vocale sacra e profana, alla quale apparteneva la cantata a voce sola di soprano con strumenti “Quanto è dolce quell’ardore”.
Era poi la volta della Sonata in re maggiore per flauto e basso continuo del misconosciuto Antonio Caputi (1720/30 – dopo il 1800), figura di nobile partenopeo e musicista dilettante, tratta recentemente dall’oblio grazie ad approfondite ricerche condotte da Renata Cataldi.
Fu sicuramente molto stimato, al punto che, quando nel 1772 si provvide a rinnovare l’orchestra del Teatro di San Carlo, a lui venne affidato il compito di selezionare gli strumentisti, contando sulla sua probità ed esperienza, e sul fatto di non essere un musicista di professione (ovvero non doveva dare conto ai colleghi), il che garantiva una assoluta imparzialità.
Toccava quindi all’aria a voce sola con strumenti “T’aggio voluto bene”, del barese Gaetano Latilla (1711–1788), che studiò al Conservatorio di Sant’Onofrio a Porta Capuana e portò avanti una carriera di successo fra Roma e Venezia, tornando poi a Napoli nell’ultimo periodo della sua vita.
Altro musicista oggi completamente sconosciuto, del quale abbiamo ascoltato il Divertimento in re maggiore a flauto, violino e basso, è il lucano Carlo Cecere (1706-1761), ricordato principalmente per l’opera buffa “La tavernola abentorosa”, i cui testi di Pietro Trinchera attirarono gli strali delle autorità religiosa, in quanto mettevano alla berlina la vita monastica, costringendo il librettista a rifugiarsi nella chiesa del Carmine per evitare l’arresto.
Chiusura nel segno del sommo Georg Friedrich Händel (1685-1759) con “Dolchi chiodi, amate spine”, duetto di Maddalena e Cleofe dal giovanile oratorio “La Resurrezione”, allestito a Roma nel 1708.
Veniamo ora ai componenti dell’Ensemble “Le Musiche da Camera”, iniziando da Francesco Divito (soprano) e Rosa Montano (mezzosoprano), raffinati interpreti rispettivamente della cantata di Mancini e dell’aria di Latilla, che hanno poi dato vita all’intenso duetto finale.
La parte strumentale era invece formata da Egidio Mastrominico (violino di concerto e responsabile delle trascrizioni moderne dei pezzi di Mancini e Latilla), Leonardo Massa (violoncello) e Debora Capitanio (clavicembalo), che hanno ben accompagnato i due cantanti, e da Renata Cataldi, ottima solista al traversiere nei brani di Angrisani, Caputi e Cecere (dei quali ha anche curato la trascrizione moderna).
In definitiva un bellissimo concerto, che ha avuto il pregio di abbinare musica di qualità ad elevato spessore dei protagonisti, per cui l’unico grande rammarico è relativo alla mancata risposta da parte degli appassionati locali, considerando che il pubblico era costituito quasi prevalentemente da turisti stranieri.

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