La Primavera Musicale della Nuova Orchestra Scarlatti propone un quartetto compatto ed affiatato

Il penultimo appuntamento della Primavera Musicale della Nuova Orchestra Scarlatti, tenutosi nella chiesa dei SS. Marcellino e Festo, ha ospitato il Quartetto Mitja, costituito da Giorgiana Strazzullo e Sergio Martinoli (violini), Carmine Caniani (viola) e Veronica Fabbri (violoncello).
In apertura l’ensemble ha proposto il Lamento Quichua per quartetto d’archi (dai Tres piezas criollas, 1923), brano giovanile dell’argentino Luis Gianneo (1897-1968).
Dopo questa sorta di introduzione, è stata la volta del complesso Quartetto in mi minore di Giuseppe Verdi (1813-1901), il cui manoscritto originale si trova attualmente nella Biblioteca del Conservatorio napoletano di S. Pietro a Majella.
La genesi di tale composizione presenta curiosi risvolti e tutto ebbe inizio quando il grande musicista, giunto nel 1873 nella città partenopea per presenziare all’allestimento dell’ “Aida”, dovette fare i conti con un improvviso malessere del soprano Teresa Stolz, che fece slittare la “prima” dell’opera.
Per ingannare il tempo, Verdi decise di cimentarsi nella creazione di un quartetto, e lo propose, di lì a poco, ad un gruppo sparuto di amici intimi.
Gli interpreti della “prima”, che ebbe luogo nell’albergo Crocella, furono i fratelli Pinto (violinisti), Salvadore alla viola e Giarritiello al violoncello.
Alla fine dell’esecuzione, l’autore fu molto orgoglioso di questa sua nuova creatura, al punto che esclamò: “Bello o brutto che sia, questo è comunque un vero quartetto!”.
Il brano ebbe abbastanza successo al di fuori dell’Italia, mentre nel nostro paese dovette attendere il 1901 per l’esordio ufficiale, avvenuto a Milano.
Numerosi i motivi del ritardo, da una partitura considerata “difficile” che, a passaggi tipicamente operistici, abbinava effetti fortemente dissonanti, fino a rivalità e gelosie interne, di chi considerava quella verdiana una vera e propria invasione, in un campo che non era ritenuto di sua competenza.
Dopo un breve intervallo, spazio al Quartetto n. 10 in mi bemolle maggiore, op. 74 di Ludwig van Beethoven (1770-1827), detto anche “delle arpe”.
L’appellativo, aggiunto postumo, secondo una tipica usanza del periodo romantico, è giustificato dalla presenza di numerosi passaggi dove il suono viene ottenuto non tramite l’archetto, bensì pizzicando le corde.
Dedicato al principe Lobkowitz, esso risale al 1809 e appartiene quindi al cosiddetto “periodo di mezzo” della produzione beethoveniana, pur se appare già un lavoro che anticipa la stagione conclusiva.
Uno sguardo, ora, al Quartetto Mitja, nato nel 2008, che ha oggi raggiunto una notevole fama, anche grazie ad alcune tournée di successo, effettuate in varie parti del mondo.
Notorietà sicuramente meritata in quanto l’ensemble, confrontatosi con brani complessi, difficili e, a tratti, anche molto insidiosi, ha evidenziato grande compattezza, ottimo affiatamento ed elevato spessore dei singoli componenti.
Pubblico inferiore a quanto avrebbe meritato una compagine di questo calibro (ormai i valori in ambito musicale contano poco, e gli appassionati di oggi sono privi, non sempre per colpa loro, della pur minima capacità di giudizio), ma i presenti hanno manifestato enorme entusiasmo, chiedendo a gran voce un bis.
Il “Mitja” ha prontamente accontentato gli spettatori, eseguendo un Rondeau tratto da Sonnets and rondeaux del contemporaneo Giovanni Sollima, brano anch’esso discretamente complesso, che ha chiuso in grande stile un concerto di alto livello.

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